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Autore

Adriana Sensi

Anno

Inizio presunto: 2009-2011 Fine presunta: 2009-2011

Luogo

Arezzo/provincia

Tempo di lettura

13 minuti

Ci provo, scrivo e racconto

Il lavoro mi ha dato autonomia economica, dignità, libertà, speranza per un futuro migliore, mi ha permesso di fare emergere la mia identità.
Valori conquistati attraverso tante iniziative di lotta. I miei quarant'anni di lavoro, mi hanno lasciato fra tanti bei ricordi di conquiste, di rapporti umani, anche molti segni negativi. A volte, affiora in me il ricordo di aver subito tante umiliazioni, la fatica per raggiungere la produzione, la sofferenza nel vedere colleghe più grandi di me che quando   superavano   l'età   dell'apprendistato, o se aspettavano   un   figlio, venivano licenziate. Quindi il traguardo dei diciotto anni e la maternità, i doni più belli che la vita per natura regala, diventavano elementi di tristezza, di preoccupazione per la paura di perdere il posto di lavoro.
 

Non eravamo capaci di organizzarci, di unirci, di trovare la forza per impedire tali ingiustizie, eravamo poche dipendenti e inesperte.

Non eravamo capaci di organizzarci, di unirci, di trovare la forza per impedire tali ingiustizie, eravamo poche dipendenti e inesperte.
Potevamo solo condividere la sofferenza. Questi i fatti più gravi che m 'indignavano, ma continuamente dovevamo subire soprusi, per fare alcuni esempi di fatti concreti, ricordo che svolgevo una fase ad una macchina per cucire, collocata accanto ad una finestra, i proprietari della fabbrica venivano spesso a controllarci, anche in compagnia dei loro figli. Un mattino una bambina si fermò davanti a me, tentando di arrampicarsi alla finestra, io le sorrisi e le dissi di non farlo perché poteva cadere e farsi male, lei mi guardò imbronciata e mi disse che meritavo una multa per essermi distratta. Quella bambina avrà avuto poco più di dieci anni di età e quel fatto in apparenza insignificante, fu per me una lezione indimenticabile.
Compresi subito che occorreva lottare per dimostrare la dignità di chi svolge il lavoro, alla pari di chi lo offre. Un giorno il mio carattere ribelle mi fece reagire d'impulso; ricordo un episodio per me molto offensivo, il responsabile del personale si avvicinò al mio posto di lavoro rimproverandomi e per essere più incisivo mi gettò addosso un pantalone che riteneva confezionato male. Mi colpì al volto, non mi fece male fisicamente, ma l'umiliazione fu tanto forte che non riuscì a trattenere le lacrime, mi alzai di scatto, lasciai il posto di lavoro e in fretta andai a casa.
La stessa sera il responsabile, accompagnato da una mia amica, venne a scusarsi e mi pregò di ritornare al lavoro.
Quelle scuse, furono uno dei pochi momenti in cui, in quella fabbrica, mi sentii considerata una persona e compresi l'importanza di difendere la propria dignità a qualsiasi prezzo.
Ritornai al lavoro più motivata, ma non vi rimasi a lungo, perché in quel periodo cominciava lo sviluppo industriale e la piccola fabbrica fu inglobata nella grande Lebole.

In quel periodo, alla fine degli anni cinquanta, i fratelli Lebole costruirono una grande fabbrica, che occupò in breve tempo oltre 5.000 dipendenti, produceva abbigliamento maschile e femminile.
Per me, fu una buona opportunità, a diciotto anni fui assunta come operaia alla Lebole, era il realizzarsi di un sogno: un lavoro, uno stipendio, una vita autonoma; ben presto il sogno cominciò ad incrinarsi.

Dovevo fare i conti con fasi monotone ritmi esasperati; compresi subito che tutto era basato sulla velocità delle mani, non occorreva pensare o avere conoscenza del processo produttivo, mi sentivo un numero, un oggetto.

Dovevo fare i conti con fasi monotone ritmi esasperati; compresi subito che tutto era basato sulla velocità delle mani, non occorreva pensare o avere conoscenza del processo produttivo, mi sentivo un numero, un oggetto.
Nel frattempo mi ero sposata: era nato mio figlio, una grande gioia, offuscata dai problemi che si moltiplicavano.
Cominciavo a vedere un futuro difficile, mi trovavo ad affrontare il doppio lavoro come tante altre donne, ma nel mi o caso aggravato dalla scarsa collaborazione che trovavo in famiglia nelle responsabilità domestiche.
I servizi sociali erano insufficienti, per permettermi di continuare il lavoro, così fui costretta a ricorrere all'aiuto dei miei genitori per accudire mio figlio, un aiuto prezioso quello dei nonni, dato con amore, ma quanti sacrifici per mia madre e per me.
Ricordo, la mattina presto alzavo mio figlio e per non disturbarlo troppo lo involtavo in una coperta e sottovoce gli dicevo: "Facciamo un salamino". Per alcuni anni ha continuato a dirmi: " mamma, mi fai il salamino?" mica diceva mamma mi vesti.
Mi resi conto che occorreva reagire, pensare, alzare la testa, battersi per migliorare le condizioni in fabbrica, nel sociale, per poter conciliare casa e lavoro e per avere anche piccoli spazi di libertà.
Ricordo un episodio che mi capitò in fabbrica, che accelerò la mia reazione: da un rimprovero riferito al mio modo di svolgere la fase che mi era stata affidata, mi sentii ferita, offesa, alzai la voce per difendermi e fui costretta a seguire la caporeparto in Direzione, un Box di vetro al centro dei reparti.
Il Direttore voleva convincermi che in primo luogo non dovevo reagire ai rimproveri dei superiori, indipendentemente dalla realtà dei fatti, una pretesa per me inaccettabile che mi fece ribellare con più convinzione. Non intendevo cedere, ero convinta di avere ragione, dalla discussione a voce alta eravamo passati agli urli.
Nel frattempo le mie compagne che seguivano la discussione, si erano fermate, poi avevano smesso di lavorare, ascoltavano, guardavano, mi dimostravano solidarietà. Il Direttore se ne rese conto e chiuse subito la discussione, mi fece riprendere il lavoro e alcuni giorni dopo mi fu consegnata una lettera di ammonizione che ancora conservo. Quel fatto dette una svolta importane alla mia vita; la solidarietà delle compagne mi fece comprendere l'importanza dello stare insieme, la forza che poteva scaturire dalla nostra aggregazione, così potevo ricominciare a sognare.
Ritornai a scuola, frequentai i corsi serali e conseguii la licenza Media; fui eletta membro della Commissione Interna ed insieme a tante altre donne uscimmo dal bozzolo. Si lottava non solo per migliorare le nostre condizioni salariali e normative, ma cominciammo anche a organizzarci nei partiti politici.
Alcune furono elette nei consigli comunali, provinciali e questo ci permise di dare una svolta anche allo stato sociale, un po' più rispondente alle necessità familiari in general e ed in particolare delle donne lavoratrici.
Anche io feci l'esperienza amministrativa; fui eletta consigliere provinciale nella legislatura 1970 - 1975; al tempo stesso, in fabbrica continuavo a svolgere il compito di delegata.
Anche nella grande azienda c'erano tanti problemi, ma era più facile affrontarli e risolverli.
Il mio lavoro non è stato soltanto fare la produzione. Nel frattempo dopo la conquista dello Statuto dei Lavoratori, avevamo eletto i delegati di reparto e il Consiglio di Fabbrica, io svolgevo il ruolo di segretaria e ciò mi permetteva di dare voce anche a tanti lavoratori -donne e uomini- che, se non organizzati, avrebbero subito maggiori ingiustizie. Ricordo com'era bello fare le assemblee, e poter dire che avevamo ottenuto miglioramenti salariali e normativi.
Che gioia e soddisfazione, quando le nostre conquiste aziendali erano riconosciute
dal contratto Nazionale.
Come tutto divenne più difficile quando cominciò il declino industriale ed economico!

Il mio incarico era cambiato e si svolgeva al di fuori della fabbrica come dirigente sindacale del settore abbigliamento; la gran parte delle aziende di cui mi occupavo riduceva il personale o addirittura cessavano la produzione.
[...] Non ho mai  lasciato l'impegno sindacale accettando nel tempo incarichi sempre più impegnativi da delegata di fabbrica a Dirigente e sempre con la preoccupazione di non saperli affrontare, ma ogni volta decisa ad andare avanti, rimettendomi in gioco. Dopo tanto tempo e tanti impegni, la fabbrica rimane per me la migliore e autentica formazione, una scuola di vita, la mia università.