Autore
Laura DalvitAnno
2015 -2016Luogo
Trento/provinciaTempo di lettura
11 minutiIl gioco del tesoro
In quel lungo tratto di vita, dal 1975 al '95, ho intrecciato significative amicizie, nel quartiere dove abitavo e nelle associazioni femministe. Ho visitato mostre d'arte e musei, anche in altre città. Ho letto il quotidiano che mio marito acquistava ogni giorno e libri e, più importante di tutto, ho intrapreso un impegnativo percorso psicologico per imparare a darmi valore e a sentirmi legittimamente al mondo.
Durante le ore di lavoro, ascoltavo spesso la mia radiolina a transistor, sempre il terzo programma RAI che offriva trasmissioni interessanti. Ho imparato molte cose mentre pulivo. Posso dire che sia stato come seguire un corso scolastico gratuito durato anni. A casa, nel pomeriggio, ascoltavo le dirette dal Parlamento su Radio Radicale. Ero in tal modo aggiornata su quel che succedeva nella società e non mi sentivo del tutto esclusa. Le uniche manifestazioni pubbliche a cui partecipai in quegli anni politicamente turbolenti furono quelle a favore della legge sull’aborto, con le amiche femministe, e quella per la liberazione di Moro, nel 1978. Ricordo che in quell’occasione mi accodai alla fila, da sola, sentendomi un cane sciolto, quasi un’infiltrata, una cittadina a metà.
 
 
Ho partecipato spesso alle riunioni delle ACLI colf, l'unica realtà sul territorio che si interessasse attivamente alle lavoratrici domestiche e si impegnasse per la nostra promozione. Dopo aver imparato a calcolare la liquidazione e il conteggio dei contributi trimestrali, prestai una piccola parte del mio tempo al loro Ufficio di Collocamento, dubitando però sempre dell'esattezza dei miei calcoli e accumulando ansia. Durante quell'esperienza potei constatare che le colf che si servivano dell'Ufficio per trovare lavoro, erano poco preparate e senza strumenti culturali.
Talvolta mi sono vergognata di suggerire i loro nomi ai datori di lavoro che chiedevano una domestica... Qualche mese e lasciai quell'impegno.
 
Quel che davvero in quei lunghi anni mi sostenne, mi diede coscienza di donna, fu il contatto con le varie associazioni femministe, frequentate a periodi alterni. Per qualche anno, nelle ore serali mi dedicavo alla lettura dei primi libri scritti da donne che, attraverso piccole case editrici come “La Tartaruga”, si iniziavano a pubblicare in quantità.
Leggevo per conoscermi, per trovare la mia strada, in solitudine e, dopo aver accumulato abbastanza domande e sentito accrescere in me il bisogno di condividere quel che avevo appreso, andavo a cercare le femministe. La prima volta fu in occasione dei corsi 150 ore organizzati dal Coordinamento Intercategoriale Donne Cgil-Cisl-Uil. Si tenevano all'Università nel tardo pomeriggio. Eravamo moltissime, giovani in maggioranza, divise in piccoli gruppi d'interesse. Raccontando la nostra storia, riconoscevamo le differenze e le somiglianze nelle nostre esperienze di vita. Non era una vera autocoscienza ma un modo per dar forma ai pensieri, una piccola prova di individuazione femminile. Ricordo grandi confidenze sulla sessualità, discussioni accese riguardo alla legge sull'aborto, confronti sulla vita di coppia. Era il tentativo di trovare un filo logico comune nelle nostre storie, nella genealogia femminile famigliare di ognuna e molto altro. Poi di nuovo anni di letture in solitudine e finalmente l'approdo all'associazione femminista “Filo di Arianna”.
Frequentai per anni i loro seminari imparando molto sulla storia delle donne, la letteratura, il cinema, la psicoanalisi, la filosofia e altro, tutto letto con occhi consapevoli di femminista. Ho seguito con attenzione e gratitudine le lezioni tenute da donne sapienti che ora sono note ed apprezzate anche all'estero, ma sempre stando ai margini. Loro, tutte di classe agiata o medio alta, laureate in maggioranza, io l'unica domestica, sempre con la mia visione concreta, dal basso. I miei pensieri, espressi raramente e con titubanza, potevano essere interessanti ma avevo sempre il sospetto che fossero fuori luogo. Non mi sono mai davvero amalgamata. Sono loro infinitamente grata, perché mi hanno dato un luogo, uno specchio, mi hanno permesso di sentirmi “la Laura” e conoscere altre donne con le quali intrecciai nuove amicizie. Sarà stato un caso ma sempre con donne più giovani di me. In un'occasione feci anche un intervento stando dalla parte del tavolo occupato dalle relatrici, raccontando della mia casa immaginaria. La notte precedente non dormii per l'ansia e capii che, pur avendo delle cose da dire, il mio luogo preferito era dall'altra parte del tavolo, insieme a chi ascolta. In quel luogo privilegiato rimaneva però non espresso il mio disagio di appartenente alla classe sociale più bassa: non avevo la loro disponibilità economica, non mi vestivo come loro, non possedevo i loro strumenti intellettuali, il loro vocabolario. Talvolta mi sono sentita in soggezione, come fossi fuori luogo. Infatti, non ero più né carne né pesce e sentivo che non c'era un posto preciso dove collocarmi legittimamente... Ascoltando le relazioni di donne sapienti, cercavo di far mie le cose che scoprivo, per avere più strumenti e poter leggere meglio il mondo. Mi sentivo più consapevole ma vivevo un senso di inadeguatezza, di impotenza, di tristezza perché cresceva in me anche la certezza della mia differenza. Quando, nei miei rari interventi mi capitava di pronunciare la parola “fatica”, mi sembrava di cogliere in alcune di loro un moto di fastidio (qualcuna lo espresse, quel fastidio), come se non potessero attribuirle il mio stesso significato. La fatica fisica su di me pesava come un macigno, piegava la mia schiena, mi impediva una piena concentrazione, mentre avevo l'impressione che per loro fosse solo un concetto. Mi rammarico che nessuna abbia ceduto alla curiosità di interrogarmi sul mio lavoro, sui sentimenti che il pulire per altri suscitava in me, e che nessuna abbia espresso il desiderio di guardare nella contraddizione del loro servirsi di altre donne per sgravarsi di quel ruolo e sentirsene liberate, evitando in tal modo il conflitto con il maschile, con i mariti. Presumo che molte, infatti, avessero una domestica a ore che aiutava in casa. Guardare già allora, con acume e sincerità, nel nodo irrisolto del lavoro domestico che gravava unicamente sulle spalle delle donne, sarebbe stato proficuo per tutto il femminismo ma non lo si è fatto che raramente. Solo al sentire la parola “conciliazione casa lavoro”, che “naturalmente” era un problema solo delle donne lavoratrici, a me dava i brividi e mi suscitava una grande rabbia, ma non possedevo parole per esprimerla.
In un'occasione, la presidente Anna, che ricordo con grande affetto e gratitudine, guardandomi dispiaciuta mi disse: “Che donna sprecata!”.
Probabilmente intendeva riconoscermi delle qualità, darmi valore, ma io non mi sono mai sentita davvero sprecata.
Forse socialmente ho potuto dare poco e ho faticato assolutamente troppo, è vero, ma attraverso la cura delle relazioni e delle mie scritture autobiografiche, credo di aver valorizzato il mio piccolo vissuto. E se guardo alla mia famiglia d'origine, al luogo dove sono nata, alla mia classe sociale, sento di avere la coscienza pulita perché ho fatto il mio dovere di cittadina non pesando sugli altri, e contemporaneamente non ho trascurato di coltivare i miei talenti, a modo mio, come meglio ho potuto.
 
Molti anni più tardi, durante una serata al Circolo della Rosa, nello spazio per il dibattito seguito alla presentazione di un libro su Séraphine De Senlis, la pittrice che si mantenne lavorando come domestica, feci un piccolo intervento spontaneo su quel che può significare per la creatività di una donna poco acculturata ma dall’animo artistico, lavorare in una casa bella. Eravamo in tante e, concluso l’incontro, due di loro mi raccontarono delle difficoltà con le rispettive domestiche. Io lo so che è uno dei rapporti fra donne più difficili e meno pensati, e che ora c’è anche da tener conto delle sfumature culturali. Una di loro mi disse di aver notato che la sua ‘donna’ ha una “concezione dello spazio diversa dalla nostra” perché, quando pulisce sposta carte e soprammobili da una stanza all’altra e lei e suo marito, poi, non trovano più niente. E sopportano. Ma scherziamo?!
Diversa concezione dello spazio un accidente, pensai. Non mi sembrò accettabile che una docente universitaria non riuscisse a sentire come legittimo, e ad esprimerlo con gentilezza, il desiderio che i “suoi spazi” fossero rispettati. Questo, per dire quanto lavoro ci sarebbe da fare in quell’ambito delicato, quanto da scrutare, da una parte e dall’altra, per creare spazi di benessere nelle case. Iniziai a pensare allora che avrei potuto ricordare come io ho vissuto negli spazi dei signori, e riuscire così a portare il mio granello, e che quello sforzo forse non sarebbe stato vano.