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Autore

Ivano Cipriani

Anno

2008 -2014

Luogo

Roma

Tempo di lettura

8 minuti

Balilla blues. Diario di una liberazione

Le gemelle della scala C si davano un gran daffare ad abbracciare quelli che per altezza erano abbordabili, ma i soldati dovevano tirarsi indietro, visto che le ragazze si afferravano ai loro fucili per arrivare a dargli un bacio sulla guancia.

Erano due file lunghissime di soldati, venivano da Piazza della Regina e andavano verso Piazza Quadrata e oltre. Camminavano uno dietro l’altro, ma distanziati, sotto i grandi platani del viale, una fila a destra e l’altra a sinistra, a passo lento come se fossero molto stanchi. Avevano casacchette verde oliva e grandi elmetti con il sottogola slacciato. Imbracciavano, pronti a sparare, i grossi fucili Garand o i piccoli M1, qualcuno aveva delle bombe a mano attaccate alla giacca, in bella vista, ed altri erano senza fucile, ma con enormi pistole in fondine a penzoloni sul fianco, come i cowboys. Erano seri, con le barbe lunghe e sembravano seccati di dover fare quel mestiere. Le gemelle della scala C si davano un gran daffare ad abbracciare quelli che per altezza erano abbordabili, ma i soldati dovevano tirarsi indietro, visto che le ragazze si afferravano ai loro fucili per arrivare a dargli un bacio sulla guancia. I casamenti si erano svuotati e tutti erano in strada ad applaudire, mentre due o tre donne ed un vecchietto offrivano da bere da fiaschi pieni di vino, forse conservati da tempo per questa occasione. I soldati bevevano un sorso e poi restituivano i fiaschi sorridendo e mettendoli nella prima mano che trovavano aperta davanti a loro. Alcuni masticavano ostinatamente qualcosa, ma non capii che cosa visto che allora ignoravo tutto sul chewing gum. Ogni tanto partiva dalla folla una salva di evviva, non si sa bene perché proprio in quel momento, qualche soldato rispondeva facendo il segno della “V” e una vecchina mezza pazza tentava di farli bere da una bottiglia vuota. Alla fine un soldato piccolo e bruno, con i baffetti, gliela strappò di mano e la ruppe sul selciato. In mezzo alla strada, tra le due file, ogni tanto, passava veloce una camionetta, una jeep - una iep, come dicevano tutti ché non avevano ancora imparato la lingua americana di guerra - con sopra ragazzi lunghissimi che se ne stavano stravaccati sui seggiolini, con le gambe di fuori, appoggiate sui parafanghi. Passò anche un jeeppone guidato da un soldato nero come il catrame, il primo nero dell’esercito americano che abbia mai visto.


 

Reggevano un tricolore con un buco in mezzo - avevano tagliato lo stemma della monarchia - e una bandiera rossa.

Dopo un po’ arrancò lentamente, tra gli applausi, un camioncino sgangherato, stipato di italiani con la faccia seria di quelli che dicono “e adesso te lo faccio vedere io...”. Erano armati e qualcuno aveva anche l’elmetto. Reggevano un tricolore con un buco in mezzo - avevano tagliato lo stemma della monarchia - e una bandiera rossa. Vidi che il signor Proietti, apparso sul portone, non dava segno alcuno di esultanza o almeno di solidarietà con quelli del camioncino e gli chiesi chi fossero. “Trotzkisti”, mi rispose, “sono quelli del gruppo Bandiera rossa, bravi combattenti, ma non aderiscono al Cln. Sono politicamente inaffidabili”. Non capii nulla del discorso del signor Proietti, ma capii che non gli andava di parlarne e lasciai perdere. Dovettero passare alcuni anni prima che potessi fare un po’ di luce su quel movimento che dette alla resistenza romana il più alto numero di caduti (una sessantina di ammazzati solo alle Fosse Ardeatine, altri fucilati a Forte Boccea o morti sotto le torture a Via Tasso o in azioni di combattimento), ma che fu coinvolto in seguito in vicende drammatiche, politicamente oscure e non solo. Un tale che veniva dal centro raccontò che da Piazza Venezia erano passati anche soldati scozzesi con le cornamuse e canadesi e persino un camion di bersaglieri italiani. “Ci siamo anche noi” dichiarò soddisfatto ed orgoglioso, come se su quel camion ci fosse stato anche lui.

Adesso, arrivati a Roma, gli inglesi avevano ripescato il suo nome e il suo indirizzo dai loro elenchi cifrati e la portarono a far da interprete il giorno stesso della liberazione visto che sapeva benissimo la loro lingua.

Mia moglie, anni dopo, mi raccontò che quel giorno, alle sette della mattina, una jeep con un ufficiale inglesedell’Mi5 andò a prelevarla a casa sua, in Via Palestro, e la portò in Campidoglio dove si stavano insediando gli uffici del comando alleato. Maria Luisa, figlia di un antifascista, aveva conosciuto all’Elba, quando era ancora bambina, una famiglia inglese che possedeva una villa a Procchio poco distante dal mare, ai margini della campagna, con in mezzo al giardino un pino altissimo. L’amicizia tra la sua famiglia e quella inglese era continuata e si era rafforzata negli anni finché la guerra non aveva troncato ogni rapporto. Durante l’occupazione tedesca mia moglie era in altre faccende affaccendata - a casa sua avevano ospitato una famiglia ebrea, un ramo dei Foa, andata via appena in tempo, prima di una perquisizione fascista, sfortunata per gli sgherri visto che non erano riusciti a trovare gli ebrei e neppure la pistola nascosta nel cassettone di camera sotto le mutande di bucato - quando fu avvicinata da uno spilungone in impermeabile che non voleva attaccar bottone a scopo sentimentale, ma portarle un messaggio dal maggiore J.H. “che lei e la sua famiglia ben conoscete dai tempi dell’Elba” le disse. Così Maria Luisa si ritrovò a svolgere lavori patriottici di bassa manovalanza, adatti alla sua età, ma utili alla causa e soprattutto a quei poveretti che si trovavano a Regina Coeli a cui lei aveva il compito di portare un po’ da mangiare e qualche volta un messaggino ben nascosto. Adesso, arrivati a Roma, gli inglesi avevano ripescato il suo nome e il suo indirizzo dai loro elenchi cifrati e la portarono a far da interprete il giorno stesso della liberazione visto che sapeva benissimo la loro lingua. Quando chiese del maggiore J.H. le risposero sbrigativamente che era caduto in missione.

Non dissero altro, non insistettero, rimasero a guardarmi che risalivo il marciapiede alle spalle di un gruppo di manifestanti e sparivo in mezzo a gente allegra che cantava Bandiera rossa

I soldati continuavano nella loro marcia su Viale Regina Margherita e gli italiani insistevano ad applaudire per non lasciare nessuno deluso, anche se adesso qualche donna cominciava a tornare a casa e chiamava i bambini impegnati a scartare la cioccolata “made in Usa”. Dissi a mamma: “Ci rivediamo tra un’oretta, vado a fare un giro fino a Viale Liegi.” “Ti prego, Ivano”, rispose lei, “non andare... devi ancora fare colazione... sei stato molto malato...”. Babbo, che aveva sentito tutto, si voltò di scatto e mi chiese che diavolo intendessi fare, come se non avesse sentito niente. “Una passeggiata, babbo, soltanto una passeggiata.” Anche la Lea si precipitò a dirmi: “Vieni, vieni, andiamo a casa, ti preparo qualcosa da mangiare, magari esci più tardi. Adesso non hai neppure un golf, metti che sudi...”. Ma io ripetei ancora una volta: “Vado soltanto a fare una passeggiata” e mi avviai. Non dissero altro, non insistettero, rimasero a guardarmi che risalivo il marciapiede alle spalle di un gruppo di manifestanti e sparivo in mezzo a gente allegra che cantava Bandiera rossa - imparata chissà dove e chissà quando - o Fratelli d’Italia o l’inno di Garibaldi, salutava gli americani e agitava le bandiere, mentre le jeep sfrecciavano sul viale, all’insù e all’ingiù, tra una fila e l’altra di soldati che avanzavano stanchi. Quello fu per tutti noi il giorno della liberazione.