Questo sito usa cookie di analytics per raccogliere dati in forma aggregata e cookie di terze parti per migliorare l'esperienza utente.
Leggi l'Informativa Privacy completa.

Logo Fondazione Archivio Diaristico Nazionale

Autore

Gabriella Zocca

Anno

-

Luogo

Bologna

Tempo di lettura

5 minuti

Dipanando un lungo filo

Quando avvenivano i bombardamenti su Bologna il tram la sera non funzionava: bisognava arrivare a Casalecchio a piedi: km. 9: sperando che almeno il  trenino funzionasse .
Poi tutto si paralizzò e io, per molti mesi, non tornai a Bologna.

Poichè c'era carenza di mano d' opera in grado di sostituire chi era andato in guerra, mi furono affidati compiti molto superiori a quanto poteva essere giusto per la mia età e la mia esperienza, ma non avevano scelta. Per quel tempo di miseria, mi pagavano piuttosto bene.
Era, comunque, un servizio difficile: corriere poche e scassate, mancanza di carburrante, di gomme, di pezzi di ricambio, contro le necessità di migliaia di sfollati che la mattina dovevano convergere su Bologna e ripartirne la sera.
In seguito iniziarono i bombardamenti aerei. Con fughe drammatiche verso i rifugi della collina  vicina:  fu allora che imparai a guidare un furgone:  I6 anni scarsi.
La mia Famiglia era sfollata a Crespellano,  perciò anche per me ci fu la sorte di sfollata. Ma per me era anche peggio: al  mattino partivo da Crespellano verso Casalecchio di Reno con un trenino che era composto da carri bestiame.
A Casalecchio c'era il tram per Bologna, poi a piedi a Porta D'Azeglio. La sera viceversa.
Poichè ero terribilmente  giovane  imparai a dormire in piedi appoggiata alle pareti del vagone, ma anche a  scherzare, a ridere, a cantare con gli altri giovani compagni di questa avventura. C'era tra essi un ragazzo che veniva chiamato "BUCANEN”: rozzo nei modi, dolce negli sguardi, come sono gli adolescenti che non vogliono ammettere che gli piace una ragazza. Poi per me che ero "una  cittadina!!!!”
Quando avvenivano i bombardamenti su Bologna il tram la sera non funzionava: bisognava arrivare a Casalecchio a piedi: km. 9: sperando che almeno il  trenino funzionasse .
Poi tutto si paralizzò e io, per molti mesi, non tornai a Bologna. Avevamo accuratamente nascosti gli autobus fuori città, presso case coloniche. Vecchi e scalcinati, ma nella PACE sarebbero stati utili.
Per rimanere attiva e, sopratutto, per avere il famoso “arbait" entrai nello Stabilimento della Ducati di Crespellano.
In questo periodo nata la mia seconda  sorellina ClA. Alla Ducati ero la mal sopportata segretaria del Direttore di produzione: famigerato fascista.
In questo Stabilimento ebbi il primo vero incontro con la  Resistenza: responsabile il Compagno RENZO PICCHI. Un ricordo sopratuttto: GLI SCIOPERI del MARZO 1944.

Una mattina di quello storico marzo, alle dieci suonò la sirena di fine lavoro . Al mio ufficio, un po' distaccato dagli altri reparti, perveniva un forte rumoreggiare.
Uscii nel corridoio centrale e mi si presentò uno spettacolo indimenticabile: tutti, proprio  tutti  operai,  impiegati, capi ecc. erano riuniti nel corpo centrale dello stabilimento ed ad una voce chiedevano che la Direzione trattasse con la Commissione che avevano nominata.

Erano i  primi giorni del mese di marzo 1944 e già da parecchio tempo circolava, più acuto che mai, il malcontento tra tutto il personale (oltre 1200 unità) per le condizioni di lavoro, per la mensa, per le paghe e per i pericoli della guerra: ogni giorno erano numerosi gli allarmi aerei, estenuanti ed inutili: quando il bombardamento avveniva eravamo ancora dentro lo stabilimento e sul piazzale.
La mensa (tanto importante in quel tempo di mancanza di viveri) era infame; mancavano i copertoni e le camere d'aria per le biciclette, unico mezzo di trasporto in quanto la ferrovia era sospesa e di corriere neppure l'ombra. Con il  salario di un mese, alla borsa nera, si poteva acquistare un kilogrammo e mezzo di lardo (unico grasso rimasto in circolazione, anche se in quantità minime). La fame serpeggiava e la disperazione pure. Tutto questo scontento era stato incanalato e trasformato in protesta organizzata, I tracotanti fascisti, posti a sorveglianza dello stabilimento, imperversavano in sorprusi, perquisizioni ecc. specie verso le ragazze. E ciò aumentava il malcontento.
Una mattina di quello storico marzo, alle dieci suonò la sirena di fine lavoro . Al mio ufficio, un po' distaccato dagli altri reparti, perveniva un forte rumoreggiare.
Uscii nel corridoio centrale e mi si presentò uno spettacolo indimenticabile: tutti, proprio  tutti  operai,  impiegati, capi ecc. erano riuniti nel corpo centrale dello stabilimento ed ad una voce chiedevano che la Direzione trattasse con la Commissione che avevano nominata. Il gruppetto dei repubblichini, sul portone di uscita, con il loro inutile mitra, erano pallidi e folli di paura. Nessuno li toccò.
Si ottenne la trattativa: trasferte per i fuori sede, aumento dei salari, un piccolo miglioramento della mensa: piccole quantità, ma per chi penava erano preziose.
Ma cioò che più conta, anche se la maggioranza di noi ancora non se ne rendeva conto, ottenemmo la consapevolezza della forza che potevamo esprimere. Nei giorni seguenti la vendetta: i fascisti, con un gruppo di tedeschi, invasero lo stabilimento per rastrellare i tecnici delle classi 1920/25 fino ad allora esentati per la loro impotenza nella produzione.
Un silenzio di tomba calò nei reparti, Il mio ufficio, e quello vicino dei disegnatori, avevano le finestre: in angolo e verso la campagna; ma le finestre erano troppo alte e fissate agli stipidi. Inoltre ogni porta e ogni parete degli uffici erano in vetro, perciò trasparenti. Che fare? Immediatamente si formò una catena silenziosa, sia per la vigilanza dei corridoi, che per riuscire ad aprire quelle finestre che significavano la salvezza per i nostri colleghi. Riuscimmo a farli scappare tutti: non potevamo permettere che li portassero in Germania a morire.
Ricordo che ad un certo momento, in cima al corridoio dove io ero di vigilanza, si profilò il Direttore: non era un fascista, ma forse non poteva tacere....Disperata improvvisai un lungo scivolone sui miei zoccoletti e gli piombai addosso: avevo l'età per potermelo permettere. Il Direttore guardò, capì e tornò sui suoi passi.

Gabriella Zocca
Gabriella Zocca