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Autore

Magda Ceccarelli De Grada

Anno

1940 -1945

Luogo

San Gimignano (Siena)

Tempo di lettura

14 minuti

Giornale del tempo di guerra

Dacché ho visto come sono fatte le finestre di S. Vittore (mi sono spinta un giorno fin là credendo di averne sollievo) non ho più pace.

Il 17 Marzo siamo partiti per Milano; il 29 Marzo Raffaellino è stato arrestato.
(Dal 17 al 29 Marzo pagine distrutte). 

 

30 Marzo
Ho dovuto distruggere una decina di pagine nascoste in un mobile perché c’è stata in casa la polizia (peccato!). Un’irruzione ieri alle due; otto individui, fra cui un commissario, che hanno perquisito tutta la casa. Difficile cercare qualcosa in questo appartamento. C’è una tal farragine di roba che cadono le braccia. Comunque hanno fatto del loro meglio ma non hanno trovato nulla. Le solite intimazioni, la solita commedia e dopo due ore il mio povero figlio è uscito in mezzo a loro e chissà quando lo rivedrò.
Sono stata calma sebbene dentro di me mi sentissi morire. Egli mi ha chiesto un caffè, mi ha detto alcune cose importanti e se n’è andato sereno, sebbene in principio fosse un poco pallido. Aveva addosso tanta roba di cui si è liberato. (Con una destrezza incredibile passandolo nella tasca di una compagna presente).
Ora è là in una cella e io sono disperatamente sola. Tutto è crollato: la speranza di solitudine serena della campagna, il lavoro, quel certo benessere che ci eravamo conquistati faticosamente. Da un’ora all’altra siamo piombati nel dolore, quello nero, che sentivo sopra di me da tanto tempo come un presagio.
Se confronto la mia sofferenza con quella di altre madri che hanno i figli in galera da tanto tempo è ancora niente, ma è dura da sopportare. Mi armo per resistere. Non starò intere giornate a piangere come facevo le altre volte, cercherò di vivere normalmente ma mi s’è fatto un gran buio dentro e il mio cuore è attraversato continuamente da una lama fredda che lo fa perfino dolere.
Gli avvenimenti di questi giorni (scioperi e sommosse) ci avevano esaltati. Ma io sentivo che bisognava partire. L’ho pregato, scongiurato: mi rimandava di giorno in giorno con le valigie già fatte. Ed ora è là a rodere la sua pena, a crocifiggere la sua vita, la sua attività, il suo sorriso. E non serve più a nessuno. Gli amici mi dicono tante parole di conforto. Tutti sono molto buoni e solidali con me, ma io sento che sarà dura da sopportare.
La casa è vuota e silenziosa, le notti sono orribili e non vorrei nemmeno assopirmi per non soffrire il risveglio. Creatura mia, ti sento ancora respirare vicino.
Una notte è tornato alle 31⁄2; l’ho tanto rimproverato con parole forti e amare, ma non me ne pento. Ora nulla gli arriva di noi, né l’affetto né la voce né l’aiuto.
È di nuovo preda delle forze oscure. 

[...] 

 

11 Aprile
Finalmente due lettere sue, la prima un po’ nervosa parla solamente dei suoi affari troncati, della sua sorpresa, della sua ignoranza (sic). Quelle piccole buste bianche e povere, come ben le conosco.
E la seconda è una lettera altissima, degna di lui, del suo spirito che è come un punto fermo in questo mondo di pagliacci. Non può essere che così, sapevo che sarebbe stato cosi. Non chiedo altro che questo: che la sua forza resti intatta.
«La vita degli altri si è chiusa dietro di me» egli dice «non la mia interiore». Siamo andati a reclamare per la biancheria, gli abbiamo portato le medicine. Purché egli senta che lo assistiamo in ogni modo e non s’innervosisca nell’attesa di un interrogatorio.
Il tempo è fisso e splendido in questo pomeriggio domenicale. Mia figlia è andata alle corse con Ernesto. È giusto che lei viva. Adempie in pieno il comandamento di suo fratello. Noi pure, povere ombre, lo tentiamo, non volevo forse oggi andare a sentire «La Traviata»? E non mi sono crucciata di non aver trovato posto? Speravo di poter piangere tanto, per il dolore di Violetta, da sciogliere il nodo che mi stringe la gola. Gli scrivo lunghe lettere informative, ma chissà se gli arrivano.
Mi dibatto da una stanza all’altra, o resto a lungo sdraiata sul suo divano, per vedere come si resiste a star sempre fermi nello stesso posto. «Gioco con le mie memorie e rimbalzo col cielo», mi dice. Creatura mia, resisti. Anch’io resisto, e comprimo nel mio cuore quest’orribile affanno. 

[...] 

 

17 Aprile (sera)
Non voglio vedere la luce che sparisce a poco a poco. Immagino quel pezzetto di cielo che si può vedere dalla finestra di una prigione e che a poco a poco s’inbuia portando il silenzio desolato della notte. Oggi due lettere alte e serene. Ma nessuno può ingannarmi. Egli soffre, più di prima, più di cinque anni fa, della segregazione e del silenzio. E per quest’organismo marcio, in putrefazione, dobbiamo veder marcire i nostri figli.
«Abbiamo tutto l’avvenire davanti a noi e anche il presente» mi dice. Le sue parole mi danno un senso di pena come vedere un viso che sorride fra le lacrime. «I nostri sentimenti egoistici anche i più belli, non devono mai vincere il nostro delicato equilibrio». «Sono venuto nella convinzione assoluta che nella vita vi possano essere cose più belle e meno belle, ma che il vero brutto non esiste se non nella impossibiltà di accogliere poesia».
Leggo e rileggo le sue parole così alte e benedico Dio di avermi dato questo figlio. 

[...] 

 

26 Aprile
Non una lettera neppure oggi. Da dieci giorni. La città è vuota. La guerra è fiacca. Come passerò la giornata? 

 

27-28-29 Aprile
Nessuna lettera. Sono tanto disperata che mio marito, povera anima, per sollevarmi va a parlare col vice direttore e mi porta la notizia che è ancora lì e che non è ammalato. Respiro. Dacché ho visto come sono fatte le finestre di S. Vittore (mi sono spinta un giorno fin là credendo di averne sollievo) non ho più pace. Che cosa orribile. Fitte, fitte, una vicina all’altra, tanto da denunziare quanto la cella sia stretta, sono murate più di metà e fatte in modo che il sole non entri, che il cielo non si veda; un’orribile fessura da cui entra appena l’aria per respirare.
Uomini e donne languiscono là dentro per aver amato gli altri uomini e creduto in un’idea.


 

 

Mi ha detto che le ore più belle erano dalle cinque alle sette quando aggrappato alle sbarre parlava coi compagni delle celle vicine

9 Maggio
Un altro tentativo ho fatto per tentare di rompere questo cerchio di silenzio che non si può più sopportare, ma fino a domani sera non posso saper nulla.
Un’altra giornata ed un’altra notte d’angoscia.
Ieri sera mi sono distratta per un’ora, non ho pensato alla mia pena. Un amico reduce dalla Grecia mi ha raccontato episodi interessanti su questo paese e sui suoi abitanti. La Grecia sta diventando un’altra Croazia: dall’ottobre a oggi i greci hanno rialzato la testa, mangiano ed hanno ripreso vigore. I negozi sono pieni di cibo o perché ne avessero imboscato o per quello che riforniscono gli inglesi coi paracadute. Gli occhi brillano ancora di salute e di odio, le bande di ribelli si annidano nelle gole delle Termopili e tentano di tagliare i ponti e le ferrovie verso l’Albania. A Lamia in ottobre è stata uccisa una spia (informatore degli italiani). Il comandante italiano ha fatto molti arresti ed ha fatto fucilare sulla pubblica piazza quattro ribelli, invitando la popolazione ad assistere. I quattro sono morti con la sigaretta in bocca, sdegnando la benda al grido di «Viva la Grecia»! Da allora spuntano i ribelli ad ogni svolta di strada e spesso qualche ribelle o qualche fascista cade.
Quest’amico si è trovato di notte sulla tradotta in un punto deserto fra gole scoscese e dirupi; il treno che li precedeva era saltato a metà per un attentato; i soldati si erano difesi con bombe a mano, mettendo in fuga i ribelli ma non senza lasciare morti e feriti sul terreno. Così anche la Grecia è un focolaio e malgrado che le autorità d’occupazione abbiano favorito l’infiltrazione e il miscuglio delle razze, alla prima scintilla i greci sanno per filo e per segno come agire e contro chi. Così la politica di pseudo pacificazione dell’Europa è miseramente fallita dappertutto.
Da due giorni sono cadute Tunisi e Biserta. La famosa pistola di Longanesi è ora puntata sull’Italia. Il Sinistro Pagliaccio ha promesso piombo ai traditori e oggi una lacrimevole cerimonia ha tentato di galvanizzare questi brandelli neri, questi relitti feroci di un fallimento.
Purché mio figlio resista senza ammalarsi alla segregazione, all’umidità, al tedio, alla fame, allo scoramento. 

[...] 

 

14 Maggio
Mi par di sognare: è tornato ieri sera tardi all’improvviso. Non ero in casa, sono accorsa ma la stanza era piena di gente: questo mi ha disturbato i primi momenti felici.
È sano, un po’ impallidito, capelli lunghi e unghie lunghe. È arrivato col fagotto della biancheria sporca come un mendicante. È più vivo e più acceso di prima. Mi racconta cose incredibili di là dentro. Ho forse sofferto più io di lui seguendolo ora per ora con l’immaginazione. Le privazioni e la mancanza di libertà non hanno inciso sul suo spirito, mi ha detto che le ore più belle erano dalle cinque alle sette quando aggrappato alle sbarre parlava coi compagni delle celle vicine, e le ore più brutte dalle 71⁄2 alle 11 quando, dopo il silenzio, il sonno tardava a venire.
Siamo ancora tutti riuniti, anche questa prova è superata. Che cosa ci aspetterà ora? Stanotte quando mi svegliavo e pensavo che tutti e quattro eravamo sotto lo stesso tetto un’onda calda di gioia mi saliva al cuore. Dio mio, com’è la vita. Dal baratro alle stelle, nel giro di poche ore. 

Dio mio, perché avete fatto così i padri e le madri se i figli devono andare in guerra?

4 Settembre
È una notte magica di plenilunio. Siamo andati in bicicletta a Querceta per aspettarlo alla stazione. Mezzanotte: noi due soli col nostro cuore che trabocca di cose inespresse, senza dirci una parola, seguiamo la strada che dal mare s’inoltra verso i monti. Conosciamo ogni sasso, ogni albero, ogni ciglio di questa meravigliosa strada solare, ma stasera tuffata nel plenilunio acquista una voce misteriosa.
Dopo il ponte, vicino a una fuga di faggi un omino curvo, piccolo e rattrappito raccatta lo sterco alacremente. La luna lo aiuta a distinguere la macchia scura degli escrementi. Questo non disturba ma tuttavia dà un senso di vita, cioè di necessità a questa pace mortale, a questo viaggio nel sogno. Le gobbe scure dei monti s’avvicinano sempre di più, finché la chiesetta bianca segna il limite.
Buio e silenzio alla stazione, un treno affannato getta a terra due o tre passeggeri insonnoliti. Lui non c’è. Rifacciamo la strada di casa per ritrovare tra quattro mura amiche noi stessi e la nostra pena. 

 

5 Settembre
Arriva un telegramma: la licenza è tolta, non verrà. Tutto si spegne e il sole è odioso. Mi aggiro per le stanze come una furia.
Poi la mia piccola mi fa osservare che quel telegramma disperato è antecedente a quello in cui annuncia la partenza: ricomincio a sperare. Alle undici e mezzo, lui fedelmente va alla stazione, solo.
Apro la radio: hanno bombardato lo stretto di Messina.
Sulla strada deserta, in faccia al mare avvolto nel candore lunare, sfogo le mie lacrime senza freno.
A mezzanotte e mezzo, vedo arrivare da lontano la sua bicicletta. È solo, non ci sono carrozze, non ci sono valige: è solo. Poi mi accorgo che la bicicletta procede faticosamente, sono in due, padre e figlio, il padre se l’è portato così di peso per la lunga strada, povero cuore fedele. Dio mio, perché avete fatto così i padri e le madri se i figli devono andare in guerra?