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Autore

Magda Ceccarelli De Grada

Anno

1940 -1945

Luogo

San Gimignano (Siena)

Tempo di lettura

13 minuti

Giornale del tempo di guerra

Non ho nemmeno sofferto abbastanza perché godo di ottima salute e sono leggermente ingrassata.

31 Dicembre 

L’anno finisce stanotte: che cosa ho fatto di buono? Non ho nemmeno sofferto abbastanza perché godo di ottima salute e sono leggermente ingrassata.

In certi anni mi sono addirittura macerata nel dolore, ora non più, certe volte mi pare di avere perduta la divina facoltà di soffrire. Così l’anno è trascorso in relativo benessere con le immancabili seccature per deficienze di bilancio, lotta per la vita, delusioni e messe a punto. Gli affetti familiari sono sempre più saldi e più confidenti, anche l’amore si affaccia verso i giovani in ritmo naturale e logico verso di noi in casi inverosimili e commoventi di cui siamo spettatori affettuosi. Il lavoro è progredito in tutti noi e se mio figlio sembra toccare un tempo d’arresto questo non è che una chiarificazione. Lui ha addolcito la sua tavolozza robusta e a volte un tantino fredda in tele commosse e fuse che se hanno un impasto romantico non hanno perduto di forza e di costrizione. Mia figlia s’è messa con amore nella pittura dove farà strada, io ho fatto alcune cose che mi sembrano interessanti ma che non possono per ora vedere la luce.

Una costatazione devo fare non so se con amarezza o con orgoglio. Non lo direi a nessuno perché suonerebbe come una sconfitta, ma lo affido a questi fogli: Abbiamo perduti quasi tutti i nostri vecchi amici. A poco, a poco, insensibilmente ci siamo trovati noi al di là, loro al di qua del traghetto.

Li abbiamo abbandonati su una riva opulenta e fiorita, ma cosparsa di serpi e di ragni velenosi, loro insensibili alle punture e ben corazzati possono guazzarci dentro senza timore; anche i frutti che per noi sono avvelenati li ingrassano.

Ci siamo trovati, a poco, a poco, su una riva squallida e intorno a noi poche ombre sparute, che man mano sono diventate moltitudine. Ci riconosciamo dalla povertà delle vesti, dal sorriso smorto, dal brillare degli occhi. Su questo terreno arso pare che spunti ora qualche filo d’erba e qualche rado bocciolo si annunzia sugli sterpi. Ma stasera, ultima sera dell’anno, questi amici non possono farci festa e ci pare quasi d’esser soli; nessuno di loro ha il telefono. Se questo spogliarsi di prerogative, di influenze e di appoggi può far tremare i pavidi o i saggi, a me che non sono saggia fa tanto bene: mi pare una liberazione, un segno di purezza e di sincerità a cui ho sempre aspirato.

Vivere nel complesso è così difficile alla mia natura. Farsi il vuoto d’intorno è pericoloso, forse si potrebbe esser concilianti e ottenere qualcosa, ma che posso fare se non ci riesco?

Comunque abbiamo salutato l’anno insieme a due o tre fedeli con i brindisi più strampalati e inverosimili e una segreta schietta gioia di fronte ad un chiaro e prossimo avvenire.


 

Io mi domando cosa devono mangiare, in quest’inverno nero, gli operai di fabbrica e i tranvieri che guadagnano tra 12 e 20 lire al giorno.

1941

4 Gennaio

Partono i soldati per l’Albania, si vedono dei vuoti dappertutto; nei negozi i commessi sono ridotti da tre a uno; le donne aiuto sono introvabili perché sostituiscono i soldati nei lavori pesanti. Alla notte lunghe sfilate di scarponi ferrati battono il selciato del corso.

Perché li fanno partire di notte come dei malfattori? Per evitare commenti e commozioni. Ma quanti caporioni vedo seduti tranquillamente al caffè a discutere dei loro affari artistici e commerciali!

Quando uno di loro parte, e si contano sulle cinque dita, è una vera consolazione. In una famiglia amica è partito in questi giorni il figlio, fascista convinto e ortodosso. Un vero lutto nazionale.

 

5 – 6 Gennaio

Presa di Bardia per opera delle truppe australiane. La notizia diffusa dalla radio inglese è confermata dal bollettino italiano secco, catastrofico, disfattista. Credono in questo modo di curare l’orgoglio nazionale suscitando reazioni patriottiche. Quale illusione.

 

7 Gennaio

Mi telefona Amalia Venanzi che Mario è ai ferri dal 1° Gennaio. Si sono agitati per il vitto del penitenziario assolutamente schifoso e per questo li castigano. Per fortuna non li hanno mandati nelle celle di rigore dove con la temperatura rigida della piana modenese sarebbero assiderati.

Amalia è all’estremo delle sue forze. Si rintana come un orso, non vuole vedere nessuno, per non parlarne, per non sentire più niente, per far riposare la sua mente stanca. Ma nelle sue parole c’è l’eco di una sofferenza che si illude di sopire nell’inerzia. Anche l’avvocato confinato in un paesino, lotta con l’inverno, coi disturbi di cuore, con l’isolamento. E questa è una famiglia delle tante colpite.

Fino a quando questi carnefici incapaci perfino di fare la guerra, terranno in catene i nostri uomini migliori?

 

9 Gennaio

Cade una neve fitta che turbina e ha già imbiancato il balcone. La temperatura stamani era rigida, ma in questa casa si sta bene: è una delle poche case scaldate sufficientemente. Ma si ha molta pena a girare per la spesa: certi generi sono già introvabili: olio, tonno, sardine, merluzzo, carne di maiale, sono spariti dalla circolazione. È difficile per le famiglie che hanno un bilancio limitato provvedere il vitto nei giorni senza carne. La spesa minore è ancora la carne. Io mi domando cosa devono mangiare, in quest’inverno nero, gli operai di fabbrica e i tranvieri che guadagnano tra 12 e 20 lire al giorno. Eppure ho dovuto constatare con amarezza che la massa in generale è amorfa, non ha reazioni, è istupidita dalla propaganda.

Stamani ho sentito al mercato un ortolano che litigando con un altro gli dava d’inglese. Una donna che viene a lavare, vero tipo di «lumpen proletariat», mi confessava stamani che suo marito ha fatto come volontario la guerra di Spagna, la guerra dei nobili e del clero contro gli operai e i contadini. Le mie idee stanno cambiando: non ho più per la massa quel feticismo dei miei anni giovanili: penso che una minoranza intelligente deve obbligare le masse a conquistarsi una coscienza politica con ogni mezzo: non il benessere fitti- zio imbottito di propaganda che tradisce con apparenti benefici e tende a perpetuare uno stato di inferiorità e di schiavismo, ma un’illuminazione vera che la tolga dall’abbrutimento.

Con ogni mezzo, anche con la violenza.

Il riformismo era giusto come principio, solo che l’attuazione lenta lo ha fatto fallire perché il capitale, appena visto che il sol dell’avvenire stava diventando una realtà gli ha scatenato addosso il fascismo. Per cui la nuova fase dovrà essere una conquista rapida del potere con attuazioni ancora più rapide e radicali.

Di anno in anno mi accorgo di perdere la fede praticante. Le chiese fredde o colme di egoisti che si battono il petto, mi lasciano indifferente e quasi ostile. Dio per me è l’armonia e la luce, la giustizia e siccome sono sicura che tutto è retto secondo una legge armonica che solo la cattiva volontà degli uomini ritarda o devia, così credo inutili le preghiere specie se interessate. Penso che ogni famiglia religiosa dovrebbe avere il suo piccolo altare dove sfogare la sua passione adorante. Resta il problema dell’arte incrementata e assunta ad altezze innegabili dal pensiero religioso. Ma è cosa finita. Le chiese moderne fanno compassione: brutture architettoniche, cristi che paiono calzolai. Da ciò ne deduco che «la grande illusione» ha perduto molto del suo fascino millenario e collettivo. Può restare come conforto individuale, bisogno di elevarsi o meschina risorsa di bigotteria condannabile.

 

12 Gennaio

Si raccontano cose incredibili di sommosse e di tentativi di rivolta in seno all’esercito, che tutti sono concordi nel ritenere caotico, insubordinato e in stato di disfacimento. Mi par- lano di una circolare in possesso degli ufficiali richiamati che sarebbe un sintomo inequivocabile della situazione. Si cambiano generali, si sacrificano uomini che valgono poco è vero ma che non sono certo i soli responsabili della situazione. Si ha l’impressione che non ci sia più un perno centrale, un comando, una testa che funzioni. Si vocifera che le mogli dei caporioni siano in America del Sud a comprar terreni per mettere in salvo i capitali. Intanto ho letto lettere di soldati dall’Albania che lamentano e imprecano.

Tutto questo potrebbe dare auree speranze, ma io personalmente non sento ancora nell’atmosfera il quid necessario per la rivolta. [...]

Sanno bene i neri tiranni quello che fanno quando impediscono l’organizzazione e fanno funzionare il Tribunale speciale. Basterebbe un filo conduttore per rovesciar tutto. Raffaellino non ha ottenuto il rinvio del servizio militare. Così è a disposizione del distretto per quando vorranno chiamarlo. L’idea di mandarlo a morire in una guerra di questo genere mi fa orrore, ma egli saprà come comportarsi. D’altra parte è meglio avere in dosso una divisa in caso di disordini, e un’arma per difendersi.

Quando c’è qualche buona notizia ridiamo come ragazzi, sommessi, facendo sogni per un avvenire che forse non sarà nostro. Così ogni sera, da tanti anni.

14 Gennaio

Egli espone dei quadri in una galleria malinconica, senza clienti. Io non volevo: trovo inutili queste esibizioni che non fruttano. È un tentativo, per raccogliere quanto occorre nell’annata. Siccome non chiediamo nulla a nessuno, così nessuno crede che abbiamo bisogno dimodoché la nostra esistenza è faticata come nei primi anni, come sempre. Le ragioni politiche in questi ultimi anni, dal 37 in poi, ce l’hanno resa ancora più aspra. Se andasse male, finiranno per affamarci perché la nostra posizione è ormai troppo scoperta.

[...]

 

16 Gennaio (notte)

Ho aspettato come sempre mio figlio che tornasse di fuori. Era mezzanotte passata. Da lunghi anni, forse sei, forse sette, io lo aspetto la sera senza dormire. Finché non sento la chiave nell’uscio i miei nervi non si distendono, il mio sonno non è tranquillo. Dalla mia camera si sente benissimo il rumore dell’ascensore: io so ormai a memoria l’ora in cui tutti rincasano, quelli del 4° alle 11, quelli del 5° alle 11 1⁄2, il dottore del 2° a mezzanotte meno un quarto; mio figlio più o meno tardi a seconda delle compagnie. Negli anni trascorsi, 1936-1937, l’ho atteso a volte fino all’alba. Vedevo il cielo imbiancare, ero fuori di me dalla pena e qualche volta gli ho fatte scenate al ritorno. Ma di solito lo aspetto, placidamente leggendo o pensando e nessuno può credere come sono brevi le ore che si passano a seguire il filo dei propri pensieri; le ore si staccano una dall’altra, rotolano giù dal campanile della chiesa, la notte le inghiottisce. Solo che a un certo punto la testa duole o meglio, dolgono le ossa del cranio, proprio per stanchezza. Allora viene l’irritazione. Che ore sono? Una, una e mezza, due. Tutto è silenzio profondo, i caffè sono chiusi, i tram non vanno più: che cosa fa ancora in giro? Lo sa bene che sono sempre in pena, ma lui se ne infischia, egoista scervellato. Il silenzio è tanto profondo e il mio orecchio è così fino che percepisco il rumore del portello che si schiude. Dopo un attimo l’ascensore sale, sale, si ferma qui, lui lo chiude leggermente in due tempi, poi la chiave scatta nella serratura. Vede accesa la mia lampadina, entra, mi si siede nel letto e racconta. Vicende, impressioni, speranze, a volte seccature e malumori. Quando c’è qualche buona notizia ridiamo come ragazzi, sommessi, facendo sogni per un avvenire che forse non sarà nostro. Così ogni sera, da tanti anni.

Eppure questo dovrà finire, forse presto. Lo prenderanno per mettergli una divisa e buttarlo chissà dove.

Non voglio fare della retorica, ma giuro che se mio figlio dovesse esser sacrificato per una causa non sua, per una guerra che non sente, io mi vendicherò. E così dovrebbero giurare tutte le madri, invece di stare a casa a piangere.

[...]

 

31 Gennaio (sera) 

A volte penso che potrei perfino lasciare lui, così buono e dolce, e darmi in pieno ad un’attività, tanto questa vita piatta e incolore e vile mi è divenuta insopportabile. Vivere in una camera ammobiliata, in contatto con dei compagni di valore, rischiare tutto per tutto, e forse finire fucilati purché questo servisse di esempio. Unica vanità: vorrei che gli altri lo sapessero, per essere d’esempio e perché il popolo milanese ritrovasse le sue virtù. Allora morirei contenta.