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Autore

Maria Luisa Pedroni

Anno

1993

Luogo

Genova

Tempo di lettura

3 minuti

Il giardino con le siepi di bosso

“Una schifezza anche se, personalmente, non mi potevo lamentare. Ma avreste dovuto vedere le altre, quelle che non avevano nessuno...”.

Era il mese di giugno quando Elisa lasciò il collegio senza alcun rimpianto. La giornata era ormai calda, scese col babbo giù per la collina dalla quale la vista si apriva sulla vallata sotto il sole. Il panorama che ella vide dinnanzi a sé le diede una sensazione particolare, indescrivibile, che la fece sentire improvvisamente sollevata, Senza saperlo, per la prima volta provava il senso della bellezza, libera da ogni altra emozione estranea. A volte Elisa pensava al collegio e rabbrividiva raffigurandosi ciò che le educande stavano facendo in quel momento della giornata. A quando a quando sognava di essere ancora là, e al suo risveglio era straordinariamente felice di constatare che si trovava nella sua camera. Dal letto vedeva le masse di nuvole che navigavano nel cielo azzurro. Si ubriacava della sua libertà. Poteva andare a letto quando voleva e alzarsi quando le faceva comodo. Nessuno le poteva programmare la giornata. E non occorreva più fingere di pregare. Di solito era ancora a letto quando, alle nove, giungevano Anna e Rosetta. Balzava in piedi, infilava una vestaglietta leggera e dei sandali, e, mentre parlava con le amiche, trangugiava un’abbondante colazione. Era alta per la sua età e magra, nonostante il cibo. Le amiche la sommergevano di domande: “Come ci stavi in collegio?”
“Una schifezza anche se, personalmente, non mi potevo lamentare. Ma avreste dovuto vedere le altre, quelle che non avevano nessuno...”.

Rosetta la informò sulle proprie vicende familiari: “Mio padre è stato deportato in campo di concentramento tedesco, assieme ad altre migliaia di italiani, e adesso si trova a Mauthausen”
“Mauthausen è in Austria, non in Germania” la corresse Anna con un’aria grave e materna che era in pari tempo comica e commovente.
“Non fa differenza. Fatto sta che non potrò sostenere l’esame di ammissione alla scuola media. La mamma dice che sono studi troppo lunghi e costosi”.
Elisa era dispiaciuta per l’amica: “Peccato. Pensavo che saremmo state a scuola insieme”.
Rosetta si strinse nelle spalle: “Pazienza. Adesso la cosa più importante è che mio padre sia vivo”.
“E la voce come va? Canti sempre?” — domandò Elisa.
Rosetta s’illuminò tutta. “Pensa” — rispose — che il parroco mi ha mandata da una maestra di canto che si chiama Evangelisti. Dopo l’audizione, questa signora ha confermato che ho una bella voce di soprano leggero; ha anche detto di essere disposta a darmi lezione gratuitamente. Poi m’insegnerà a leggere le note e il solfeggio”.
“Che bellezza!”
“Figurati che, quel giorno, ero agitatissima. Ho cantato un lied di Schubert con voce talmente tremante da sembrare una capra”.
Anna, che sognava storie fantastica come l’uomo affamato sogna le torte, le predisse un futuro da grande stella della lirica.