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Autore

Maria Luisa Pedroni

Anno

1993

Luogo

Genova

Tempo di lettura

7 minuti

Il giardino con le siepi di bosso

La gente in preda all’euforia, gridava: “Evviva Modena, Genova e il Duce!” E l’altro gruppo di rimando scandiva: “Duce, Duce, Duce!” Sopra un podio, un giovane squadrista urlava. “Volete la guerra?” E il popolo: “Sì, vogliamo la guerra! Evviva la guerra!”

Una mattina del maggio 1943, Elisa si recò col babbo in Piazza della Vittoria, al raduno delle <Piccole Italiane> in partenza per la colonia. Si trattava di un accordo tra i comuni di Genova e Modena tendente a sottrarre un certo numero di ragazzine al pericolo dei bombardamenti, essendo Genova una città particolarmente perseguitata dal nemico per via del grande porto e delle industrie. Il babbo aveva spiegato ad Elisa ciò che stava avvenendo. Constatata l’apprensione della figlia, l’aveva rassicurata, era riuscito a farle intendere che la separazione sarebbe stata indubbiamente triste, ma non drammatica, e che fra pochi mesi si sarebbero ritrovati. Il cuore di Elisa si era messo a battere come le ali di un piccione preso in trappola, tuttavia era riuscita a sorridere. Un fastidioso vento di mare guastava le pieghe delle gonne e scompigliava i capelli. Sulla grande <Piazza della Vittoria>, le ragazzine in divisa, schierate cantavano: “Giovinezza, giovinezza/ primavera di bellezza...”. La folla attendeva le <piccole italiane> alla stazione Brignole. La gente in preda all’euforia, gridava: “Evviva Modena, Genova e il Duce!” E l’altro gruppo di rimando scandiva: “Duce, Duce, Duce!” Sopra un podio, un giovane squadrista urlava. “Volete la guerra?” E il popolo: “Sì, vogliamo la guerra! Evviva la guerra!” Allora il coro delle fanciulle intonava: “Vincere, vincere, vincere/ e vinceremo in cielo, in terra e in mare/ è la parola d’ordine/ d’una suprema volontà...”. Il signor Oreste si accorse che nella mischia c’era anche Nello e finse di non vederlo. Quel giorno, non aveva voglia d’intavolare le solite discussioni. Ma fu precauzione inutile poiché l’amico l’aveva già scorto e, facendosi largo tra la folla, subito lo raggiunse. Col colletto rialzato, il cappello calcato sul capo, il viso rosso, gli — occhietti scintillanti, l’uomo era straordinariamente comico; Oreste dovette stringere i denti per non ridere. “Sono venuto per salutare Elisa” l’informò subito Nello —
“quando partiranno?”
“Tra circa un’ora”.
“Mentre aspettiamo, lo beviamo un frizzantino?” — propose — “non c’è nulla di meglio per rischiarare le idee”.
“Diventerai idiota se continuerai a bere frizzantini”.
Nello crollò il capo: “Non sei un cattivo uomo ma non vuoi bere. La sobrietà turba la conversazione”.
Oreste rise: “ Sei il solito vizioso”.
“I termini <vizio> e <virtù> non hanno significato per me.
Gli uomini, per quello che ne so, cercano nella vita una sola cosa: il loro piacere”
“Ah! ah! Capisco”.
Nello sogghignò: “ Ti ribelli perché uso una parola alla quale la tua morale astratta attribuisce un significato peggiorativo. Nella tua scala dei valori il piacere, probabilmente, si trova in basso; e tu ti compiaci di parlare di dovere, di giustizia, di franchezza. Il piacere invece si nasconde dietro a tutte le tue virtù. Se l’uomo prova piacere a fare l’elemosina si dirà che è caritatevole, se gli piace lavorare per la società, si dirà che si dedica al pubblico bene. Ma è per suo piacere che dà due soldi a un povero, nello stesso modo come per mio piacere io mangio i fichi e le castagne secche. Soltanto io non sollecito l’ammirazione di nessuno”.
“Non hai mai conosciuto gente che facesse cose che non gli piacevano?” — chiese Oreste, ironico.
“No, la tua domanda è sbagliata. Tu intendi dire che vi sono persone che accettano una pena immediata invece di un piacere immediato. E se un uomo agisce così è nella speranza di un maggior piacere nell’avvenire. Tua moglie, ad esempio, sopporta ogni cosa sperando nel Paradiso; l’uomo che muore per il suo paese, muore perché questo gli piace”.
“Se i nostri soldati al fronte ti sentissero non credo proprio che ti approverebbero...”.
“Se gli uomini potessero preferire il dolore al piacere, la razza umana sarebbe spenta da un pezzo”.
“Non rimpiangi nulla di ciò che hai fatto?”
“Come posso rimpiangerlo quando cià che ho fatto era inevitabile” — ribatté Nello.
“Non mi ero accorto che tu fossi un fatalista”.
“L’illusione del libero arbitrio è talmente radicata in noi che io sono pronto ad accettarla. Agisco come se fossi libero di agire. Ma quando un’azione è compiuta, è chiaro che tutte le forze dell’universo hanno eternamente cospirato per farla compiere e nulla avrebbe potuto impedirla. Era inevitabile. Se è buona non ne ho alcun merito, se è cattiva non posso esserne biasimato”.
“A me pare che tu sia un po’ brillo, figuariamoci prima che sia notte! E pensare che Elisa ti considera una specie di eroe”,
”Perché è una ragazza intelligente”’
“O forse ancora bambina”.

In Emilia la guerra non era ancora giunta; qualche aereo trasvolava raramente senza bombardare. Una mattina arrivò in colonia la signora Paola Bonomi con l’intento di accogliere in casa propria una ragazzina, sino alla fine della guerra.

Man mano che il treno si allontanava da Genova pareva che le montagne arretrassero gradualente sino a scomparire dall’orizzonte. Gli spazi sono rari in Liguria; solo il mare offre un orizzonte ampio. L’immensa pianura che Elisa vedeva, per la prima volta, dinnanzi a sé le diede una sensazione particolare, indescrivibile. Ora l’assistente informava le ragazzine che si stava entrando nella pianura emiliana, terra assai fertile sia per le condizioni naturali soddisfacenti, sia per la laboriosità dei suoi abitanti. Il viaggio fu lungo, segnato da numerose interruzioni, non escluso il trasbordo dal treno alla corriera. Era già pomeriggio inoltrato quando giunsero alla colonia modenese: un’imponente costruzione in stile littorio. Le giovani ospiti vennero introdotte in un salone con lunghe file di letti e altrettanti armadietti metallici. “Questo è il dormitorio” — spiegò una ragazza dal sorriso aperto — “Qui potete lavarvi, sistemare le vostre cose e riposarvi un poco”.
Le bambine venivano trattate benissimo anche se, come avviene nell’ambito della collettività, gli adulti non avevano, materialmente, il tempo per seguire ognuna individualmente. Anche l’alimentazione era buona: a cominciare dal pane bianco, di pasta dura tipo ferrarese, sino ai vari prosciutti, ai tortellini che, a Genova, si potevano mangiare solo in sogno. In Emilia la guerra non era ancora giunta; qualche aereo trasvolava raramente senza bombardare. Una mattina arrivò in colonia la signora Paola Bonomi con l’intento di accogliere in casa propria una ragazzina, sino alla fine della guerra. Iniziativa analoga sarebbe stata successivamente presa da altre famiglie del modenese. La donna mostrò un’indiscutibile preferenza per Elisa, perciò le chiese subito se intendeva accettare l’ospitalità.
“Certo, grazie” — era stata la risposta pronta. Tra Elisa e una bimba di nome Gina era sorta una discreta amicizia. Quel giorno, dopo l’arrivo della signora Bonomi, Gina si mostrò desolata:
“Credevo che ti dispiacesse abbandonare la colonia!”
“Certo che mi dispiace”.
“Scusa, ma nesuno ti obbliga a dire di sì. Se hai acconsentito vuol dire che, in fondo, ci vai volentieri”.
“E invece ti sbagli: non ci vado volentieri”.
“Ma allora perché non hai rifiutato?”
“Non lo so proprio”.

A volte Elisa faceva certe cose senza sapere il perché, e quando ci ripensava, più tardi, si trovava disorientata.