Autore
Silvia MontevecchiAnno
1996 -1999Luogo
BolognaTempo di lettura
11 minutiLa vita è una danza
 
Bujumbura, 20.11.96
Carissimi,
riesco a scrivervi due righe tramite qualcuno  che rientra in Italia, dato che con l’embargo la posta non parte dal Burundi. Questo paese è stupendo, ma la povertà è incredibile. Per quanta puoi averne vista prima, non ti ci abitui mai. Soprattutto perché qui la cosa più agghiacciante (benché non mi stupisca) è il divario pazzesco tra i bianchi e che lavorano  per gli  aiuti umanitari e la gente.  C’è una marea di occidentali (cooperanti e volontari) che scorrazzano tra un locale e l’altro, tra un festino e l’altro.  Gente che in Italia sarebbe disoccupata, qui fa vita da nababbo. E per quanto riguarda gli stipendi dei cooperanti… ero rimasta indietro,  ai 6 / 7 milioni.  Mi dicono che il responsabile della cooperazione italiana ne prende 18.  Al mese, evidentemente. Il nostro stipendio di un anno.
E intanto una piccola suora indiana che lavora con gli handicappati non riesce ad avere due educatori in più perché non ha i soldi per pagarli: 200.000 L. in due, al mese. La gioia per essere qui si somma al dolore per le immagini che continuamente ti attraversano la strada, e poi alla rabbia, nonché allo schifo per come vanno le cose. E come spesso accade, ti vergogni di essere bianco.
Un caro saluto a tutti. Insh’ Allah.
 
21 Novembre 1996
Dopo Nairobi e Bujumbura, sono arrivata finalmente a destinazione.  Il paesaggio tra queste montagne è davvero splendido, come mi avevano detto.  Ed è bellissima la sensazione che dà  la stagione delle piogge: tutto è vita, rigogliosissimo, di un verde intenso. Dopo un attesa più o meno lunga del volo PAM (=Programma Alimentare Mondiale dell’ ONU. 20 posti, bimotore; insomma, di quelli che ogni tanto ne cade uno, e ti senti bene solo quando arrivi a terra) abbiamo sorvolato praticamente tutto il Burundi per portare a destinazione due esponenti (…niente male) di  Medecins sans frontières . Sono arrivata con lo stomaco in mano. Pero  è stato bello. Si sorvola un lungo pezzo del lago Tanganyika, bellissimo, con montagne da tutti i lati. E sotto di te lo Zaire, Uvira, dove la gente s’ammazza. In genere quando si vola sull’acqua si ha l’impressione che un eventuale caduta potrebbe essere più morbida. Su questi laghi dell’ East Africa invece hai un’idea un po’  più terrorizzante: quella di finire a sguazzare tra le fauci  di ippopotami e coccodrilli!!! L’aereo ci scarica a Ngozi perché a Muyinga la pista non c’è. (Ebbene sì, siamo proprio in un angolo dimenticato da Dio! Niente posta, né telefono!). Quindi ci sono circa 70 km. di strada, immersa in un susseguirsi fantastico di saliscendi, tra enormi eucalipti, acacie, piantagioni di banane e tantissime altre piante di ogni tipo, verdi, inebrianti.  Questa zona di mondo ha un clima eccezionale. Si potrebbe davvero vivere come in paradiso. E ti chiedi perché l’essere umano debba sempre rovinarsi l’esistenza anche quando ha la fortuna di vivere in posti così.
Lungo i saliscendi, un’ infinità di biciclette. Il mezzo di trasporto più diffuso in Burundi.
E ne vedi di stracariche, con casse di bibite, enormi fascine di erba o pezzi di legno.  E sulle salite vedi quei poveri cristi, con le ciabatte di plastica, che spingono a piedi quei carichi incredibili.(E noi sulle nostre Toyota, Suzuki, Cherokee, e quant’ altro).
Nel pomeriggio, con Paolo, ho cominciato il primo giro tra i campi di sfollati (la sola differenza con i campi di rifugiati è che vi sono unicamente burundesi, e non profughi del Rwanda).
Sono sia tutsi che hutu, in rari casi sono misti. No, c’è un altra differenza, di fondo: dei rifugiati si occupa l’HCR dell’ ONU, degli sfollati non si occupa nessuno, perché non ‘”godono” dello status di rifugiati!.
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Muyinga, 22 novembre, venerdì
La mattina qui ci si sveglia con un concerto incredibile di uccelli (tantissimi, splendidi), zanzare e muezzin.
23 novembre,  sabato
Ho iniziato il lavoro. Ho fatto vari giri nei campi più vicini: sono tredici quelli seguiti da noi, anche molto lontani tra loro, a varie ore di fuoristrada.  Fortunatamente con Paolo mi trovo benissimo e passiamo un sacco di tempo a parlare. Ho conosciuto l’esigua fauna bianca di Muyinga:  oltre a noi tre italiani, 4 donne canadesi, una californiana, un ragazzo australiano.
Oggi pomeriggio abbiamo fatto uno splendido giro a piedi fuori la città, tra capanne che sbucano in mezzo ad una fitta coltivazione di banane. La sensazione è inebriante e le casette non sono male.
Niente a che vedere con quelle dei campi, fatte solo di foglie e ricoperte con i teli blu dell’ Onu.  Alcune sono talmente malconce che noi non ci terremmo neanche gli animali da cortile.
Il nostro collaboratore, Prospèr, mi ha portato in una, piccolissima, con una famiglia di cinque persone. Erano così felici della mia visita! La donna, come al solito, intimidita. E io volevo parlare proprio con lei e lei, inevitabilmente, mi ha posto le classiche domande africane: dov’è tuo marito e quanti figli hai (sob ! Con i miei quasi 35 anni, in Africa sono ormai una vecchia, e avrei potuto mettere al mondo una decina di marmocchi). Le ho spiegato che non ho né l’uno né gli altri e lei si è messa a ridere dicendomi “Perché ?! E’ così facile sposarsi e fare bambini!”
Vi abbraccio tutti. Silvia.
Giovedì  28
Sto entrando poco a poco nel ruolo (non è facile capire qual è). Il lavoro che devo fare è molto bello ma anche molo vario e complesso, e devo imparare un sacco di cose.  A grandi linee, si tratta di due ambiti: da un lato c’è il lavoro di formazione per gli insegnanti, già cominciato dai miei due colleghi, nei campi di sfollati. Questo è molto simile a ciò che faccio in Italia solo che qui la formazione è estremamente di base. Gli educatori sono stati scelti nei campi, hanno a loro volta una scolarizzazione molto bassa, non parlano francese, e sono anche loro, come i bambini, traumatizzati dalla guerra.  Se non ci fosse questa attività da parte nostra, i bambini dei campi sarebbero totalmente abbandonati al loro destino, perché sono qui “provvisoriamente“, quindi per loro non c è nessuna struttura, neppure l’assistenza sanitaria. Questa provvisorietà poi, potrebbe durare anche a lungo, dipende tutto da come si evolve la situazione del paese. Dunque il punto è: trasformare in educatori competenti delle persone che non hanno alcuna esperienza. E solo quando si lavora in condizioni cosi  ci si rende conto di cosa vuol dire, a livello intellettivo, per un bambino, crescere con una deprivazione incredibile di stimoli.  Per esempio non sapere cosa sia uno specchio, per cui non conoscere la propria immagine, non avere nessuno strumento che stimoli l’intelligenza astratta, quindi rimanere a forme di ragionamento molto concrete, che ti impediscono di apprendere per simboli e di pensare cose che non ci sono. Se qui chiedi a un bambino cosa vuol fare da grande, nessuno ti dice il medico o l’ingegnere. Sono mondi per loro del tutto inimmaginabili. Utopie. Dunque: come si può aiutare un bambino a costruire qualcosa che non sa che esiste? E se si tiene conto che le persone scelte come educatori sono molto probabilmente cresciute nelle stesse condizioni, il lavoro da fare è enorme. Non ero più abituata a situazioni di privazione così grave. Mi ero abituata bene in Senegal: una classe di intellettuali, impegnati socialmente e politicamente. Qui, soprattutto gli hutu, sono stati da decenni tenuti ai margini, oppressi, senza nessuna assistenza. E il risultato non potrebbe essere diverso.
L’altro lato del lavoro comprende invece la gestione generale del progetto: il coordinamento delle attività per i casi vulnerabili dei campi, con la distribuzione di cibo, coperte, prodotti per la cucina e per l’igiene di base. Tutti prodotti forniti dal PAM e dalla Croce Rossa. Quindi a nostra volta dobbiamo fare periodici rifornimenti e rapporti dettagliati sulla distribuzione. Poi c’è la gestione della contabilità, con i salari per tutti i collaboratori impiegati, gli insegnanti e gli animatori dei campi, i cuochi delle cucine, i sarti che riparano gli abiti dei bambini.
Insomma, un bel po’ di roba. Abbiamo due collaboratori molto in gamba, Prosper e Nestor, che fanno ormai di tutto: contabili, formatori, interpreti. Le serate a Muyinga sono ‘tranquille’  nel senso più totale del termine. Non si fa proprio nulla, passo molto tempo a leggere, studiare, scrivere. A volte ci si dimentica di essere in un paese in guerra, perché non ci sono bombe, sparatorie, feriti. Puoi andare tranquillamente a fare passeggiate tra le colline. Però  l’atmosfera generale è piuttosto triste e pesante. Non si sente, come nel resto dell’Africa, la gente ballare e fare musica fino a notte fonda. Non si ha tanta voglia di festeggiare qui. E poi, ci sente un po’ in prigionia. Molte strade del paese non si possono fare per via degli scontri, e anche se si possono fare, c’è il problema del gasolio che costa molto caro, al mercato nero, per via dell’embargo. Insomma, è un esperienza bella, ma certo non facile.