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Autore

Silvia Montevecchi

Anno

1996 -1999

Luogo

Bologna

Tempo di lettura

14 minuti

La vita è una danza

15.000 persone che si mettono insieme fanno, in ogni caso, una città.  Con tutti i ruoli e i “servizi” di una città. Una città sotto zero. La norma, è data dalle consuetudini e dai codici del gruppo. Se non ci si è passati, è difficile immaginare a quale bassezza possano portare la disperazione e la miseria. Eppure, si sopravvive.

I meccanismi dell’oppressione.
E’ difficile averne un’idea quando non ci si è mai stati dentro. Sono molto più sottili e perversi di quanto non si pensi. Non è tanto una violenza fisica e visibile, al contrario. Il segreto del loro successo sta nella loro invisibilità, che consente di penetrare in profondità, fino a diventare “la norma”. Fino a quando non si esplode, e ci si ritrova ad essere “i ribelli”.
“La realtà supera sempre la fantasia”
Ho attraversato un girone dantesco. Ma neppure la fantasia di Dante poteva arrivare a tanto. Perché lui comunque immaginava l’inferno altrove. Non so se il Paradiso sulla terra esiste, ma l’inferno sicuramente sì.
Mi era già capitato di entrarci, in Brasile. Quei posti in cui devi tenerti stretto lo stomaco, e al contempo – mentre vorresti piangere e vomitare – devi continuare a sorridere, con sincerità, perché la gente ti guarda sorridendo. Felice, per il solo fatto che sei tra loro.
E’ vero: non c’è limite alla capacità umana di adattamento.
Ospedale psichiatrico di Bujumbura: sono 15.000 (15.000!!!) i disperati che vi hanno trovato “rifugio”, essendo scappati dai quartieri e dalle loro colline d’origine, dove ancora si combatte. Il terreno circostante è diventato una baraccopoli, e come tutte le baraccopoli ha i suoi giri di mafia, il suo mercato (indescrivibile ciò che può diventare oggetto di una compravendita, in un luogo in cui nessuno ha nulla), le sue zone per il godimento degli ometti, il barbiere con il registratore, caterve di bambini immondi, e di stoviglie lavate in acqua immonda.
15.000 persone che si mettono insieme fanno, in ogni caso, una città.  Con tutti i ruoli e i “servizi” di una città. Una città sotto zero. La norma, è data dalle consuetudini e dai codici del gruppo. Se non ci si è passati, è difficile immaginare a quale bassezza possano portare la disperazione e la miseria. Eppure, si sopravvive.


Si fa presto a dire “guerre intertribali”!
E’ un appellativo che non sopporto, eppure ancora così tanto diffuso, quando si parla delle guerre d’Africa. (Che palle la nostra cocciuta ignoranza!)
A parte il fatto che tutsi e hutu non sono tribù ma gruppi etnici, definiremmo intertribale il conflitto della ex-Yugoslavia? O la diatriba leghista tra Italia del nord e del sud  (che, pure, è di una bassezza vergognosa)?  O la guerra tra Israele e Palestina?
Quando si parla d’Africa, si devono sempre usare toni dispregiativi. Addirittura certi giornalisti di quotidiani usano ancora il termine “indigeni” per parlare della gente di qui. L’ho letto poco tempo fa su un numero dell’Avvenire, a proposito di Zaire. “Distribuzione degli aiuti alimentari tra gli indigeni”.  Indigena sarà tua sorella!  Faceva poca audience scrivere “tra i locali”?  Lo diremmo a proposito di irlandesi del nord, albanesi, o ceceni, o kurdi?
Ad ogni modo, quello tra tutsi e hutu è un conflitto sociale, non semplicemente interetnico. Esattamente come lo era quello tra bianchi e neri nel Sudafrica di Botha, ma nessuno avrebbe definito una “tribù” i boeri. Due razze che si combattono non per il gusto di combattersi (come spesso si pensa in Europa, a proposito di “quei selvaggi”), ma per la gestione del potere. E anche qui vige l’apartheid. Una minoranza che tiene in pugno una maggioranza con la violenza delle armi e con l’oppressione.

[...]

E se penso che a giugno dovrò salutare questa gente, questo paese, gli eucalipti, … Questi bambini, le persone con cui ho lavorato tutti i giorni per mesi…, sento già un senso di dolore indescrivibile, smarrimento, quasi paura. Un mondo nuovo fa presto a diventare il tuo quotidiano, ad entrarti nella pelle. E come fai ad abbandonare qualcosa che hai nella pelle?

Ecco qua. Questi, alcuni dei motivi per cui uno a un certo punto sente il bisogno di uscire a “prendere aria”. Per cercare qualcosa di “normale”, un luogo in cui poter ridere spensieratamente, senza sentire il dolore tutt’attorno. In cui pensare al domani, senza doversi chiedere “ma ci sarà un domani?”.
Al contempo, sento già l’approssimarsi della fine del mio contratto, a giugno. E se penso che a giugno dovrò salutare questa gente, questo paese, gli eucalipti, … Questi bambini, le persone con cui ho lavorato tutti i giorni per mesi…, sento già un senso di dolore indescrivibile, smarrimento, quasi paura. Un mondo nuovo fa presto a diventare il tuo quotidiano, ad entrarti nella pelle. E come fai ad abbandonare qualcosa che hai nella pelle?
Non ho la minima idea di ciò che potrò fare tra qualche mese. La libertà … è terribilmente difficile da gestire. Periodicamente, ti costringe a delle scelte totalizzanti. Potresti fare una cosa o mille altre.


Tornare in Italia? Cercare di allungare la permanenza qui? Cercare di andare in altre zone di mondo? Si intrecciano decine di possibilità, probabilmente tutte splendide, perché la vita lo è, e come lei il mondo, da qualunque parti lo guardi.  Certo amo tantissimo l’Africa (ora molto più che quattro mesi fa). Ma probabilmente mi entrerebbero nella pelle tanti altri visi e luoghi, dalle montagne peruviane alle pianure alluvionali dell’India.
Sono contenta di una cosa: dopo tre mesi di lavoro, ho saputo che la gente dei campi… comincia a parlare bene di me, perché si cominciano a vedere i risultati. Era ciò che speravo, dall’inizio.


Il Burundi è piccolo, le voci girano in fretta. Se fai qualche casino, lo si impara presto. Muyinga poi è una bottega. Per questo bisogna fare molta attenzione “alla propria immagine”. Esempio: uno dei capi dell’HCR è stato mandato via a fine contratto più o meno a calci nel sedere, per avere decisamente esagerato con le donne (una notte si è trovato fuori dalla porta il marito di una che sbraitava armato!). Questo non è un posto in cui non puoi farti i cavoli tuoi. Siamo costantemente osservati e controllati. Dunque, o accetti che certe cose non le puoi fare, o è meglio che alzi i tacchi.
Beh, io spero di lasciare un buon ricordo di me quando me ne andrò. I bianchi qui fanno tanti e tali casini, che mi piacerebbe se tra qualche anno gli insegnanti dei campi si ricordassero di me come quella musungu che ha lasciato qualcosa di buono, e che ha davvero aiutato loro e i bambini.
A parte ciò, comincio ad avere un po’ di ansia, perché mi chiedo “cosa succederà” dopo giugno. Spero che mi passi. In fondo… “succederanno” altre splendide sorprese. BACI!

[... ]

Come vi dissi una volta, scrivere è un po’ come fotografare: uno strumento che aiuta ad amare di più. Ritrovo tante sensazioni, quasi perfino gli odori. Ritrovo ogni faccia, ogni bambino.

13.11.97, giovedì , Bujumbura


Sì, credo proprio sia l’ultima lettera, perché sono ormai sul piede di partenza. Il contratto dei primi due mesi è stato rinnovato fino a novembre, ma il 29 parto davvero, non ci saranno altri rinnovi. E come già a giugno, riassaporo il gusto difficile degli addii.
Già soffro di nostalgia, perché è da agosto che sono qui, ma non mi è più stato possibile tornare a Muyinga, perché il mio lavoro è qui in capitale.
Non mi è più stato possibile rivedere quei bambini, né le piste tra gli eucalipti, e i marais con le ninfee.
Rileggo le tante lettere che vi ho spedito in questi mesi (sono arrivata qui esattamente un anno fa) e penso che sono contenta di avervi scritto, perché già tanti ricordi sarebbero sepolti dal tempo, se non potessi rileggerli. Come vi dissi una volta, scrivere è un po’ come fotografare: uno strumento che aiuta ad amare di più. Ritrovo tante sensazioni, quasi perfino gli odori. Ritrovo ogni faccia, ogni bambino. Quelli a cui abbiamo portato i vestiti, la piccola Chantal che mi chiedeva i quaderni, il ragazzino che mi seguiva rotolando con un bacchetto il cerchio di una ruota. Rivedo quei  cenci sporchi, quelle capanne miserabili. Quelle vite così in balia.
Non ho più rivisto nulla di tutto questo, in questi ultimi mesi. Ho fatto un lavoro d’ufficio, ore e ore di computer.  Certo, è meno gratificante. Non si ha questa sensazione diretta di rapporto con persone vive.
Eppure, eppure anche in questi mesi non ho mai smesso di pensare che il mio lavoro era per questi bambini. Perché spero di realizzare per loro dei bei libri, che diano loro la possibilità di sognare, di conoscere altro da ciò che vedono e toccano ogni giorno.
Sono sempre stata  estremamente convinta che la gente di qui non avesse affatto bisogno delle scuole di tipo occidentale, che stesse meglio, molto meglio, prima dell’arrivo dei bianchi. E lo sono tuttora. Solo che ormai non si può più tornare indietro. Della ricchezza culturale delle popolazioni del centr’Africa non è rimasto quasi più nulla, specie dopo queste ultime guerre.
E sono altrettanto convinta che quello all’istruzione e all’educazione è uno dei  più importanti diritti dei bambini. Per questo tengo tanto a questi libri.
Lasciare la gente nell’ignoranza è sempre stato, ed è tuttora in tanti paesi, il sistema migliore e più economico per tenerla nell’oppressione. Come si può manovrare bene chi non ha nessuna coscienza dei propri diritti!
Lasciare questi bambini  senza libri, senza strumenti di formazione e di informazione, vuol dire crescere cittadini che non sanno neppure di essere cittadini, con dei diritti civili e politici. Vuol dire crescere un gregge, non un paese.

Quando le finestre sono aperte e il tendone in cucina fa entrare una luce rossa e l’odore dell’estate. Ci sarò con le luci del Natale, le bancarelle di Santa Lucia, la mostra missionaria alla chiesa di S.Francesco, le caldarroste, il panettone.
Sono contenta di tornare a casa. Sono felice di avere passato un anno qui.

Da quando sono qui, poco a poco, con le persone dell’agenzia del ministero che si occupa delle scuole elementari (il B.E.R., Bureau de l’Education Rurale) abbiamo cominciato a costruire un programma per realizzare i libri di testo per i bambini. E’ stato un lavoro difficile perché la loro formazione, non per loro colpa, è molto scarsa.Non riuscivano proprio a capirmi quando parlavo  di cose per noi ormai ovvie, come  “approccio interdisciplinare” o “metodologie attive e partecipative”.
Ho dovuto scrivere una marea di cose che non avevo previsto, a fini formativi. Ma è stato molto bello. Perché le persone hanno sempre voglia di crescere. Sono i sistemi intorno che, spesso, lo impediscono.


E ora, finalmente, ci si capisce. Vedo l’entusiasmo, la voglia di fare. Mi dispiace un po’ andare via ora, perché temo che senza qualcuno che tira le fila il tutto possa cadere nel nulla. Per questo è stato nominato un responsabile nel gruppo di lavoro, che è un tipo in gamba, sveglio, giovane. E sto cercando di lasciare più idee e materiali possibile prima della mia partenza. Ho anche lasciato tutti i sussidiari delle elementari  che avevo raccolto quando sono venuta ad agosto, e approfitto qui per ringraziare quanti me li hanno dati. Non avrei potuto lavorare senza. Anche se sono in italiano, sono fondamentali per far vedere alcuni aspetti di comunicazione con i bambini e anche sulle tecniche didattiche, che non avrei potuto spiegare solo a voce.


Il progetto di Unicef-Burundi per il ’98 prevede la realizzazione dei primi due libri, per la 1° e la 2° elementare. Io avevo proposto la realizzazione complessiva, dal 1° al 6° anno. Mi hanno detto che viste le risorse umane e le competenze  disponibili era troppo ambizioso. E’ vero. La mia fretta è data dal pensare che questi bambini continuano andare a scuola senza un accidente di niente. Del resto, è da generazioni che vanno avanti così, dunque, come dice il mio capo burundese, “se riusciremo a realizzare i tre cicli in tre anni, sarà già un grande risultato”. Del resto, come dicevo, un paese che investe in educazione è un paese “coraggioso”. Qui, all’educazione è dato il 7 % delle risorse disponibili, alla salute il 3%. Pare che alle spese militari vada il 49 % ! (… da qualche parte bisogna pur mettere i soldi…).Sappiamo bene che è un problema che tocca anche tanti paesi ricchi. I servizi sociali sono sempre i primi ad essere tagliati, mai la difesa.
Volevo essere a casa nel periodo delle pesche e delle ciliegie. Quando le finestre sono aperte e il tendone in cucina fa entrare una luce rossa e l’odore dell’estate. Ci sarò con le luci del Natale, le bancarelle di Santa Lucia, la mostra missionaria alla chiesa di S.Francesco, le caldarroste, il panettone.
Sono contenta di tornare a casa. Sono felice di avere passato un anno qui.

Silvia Montevecchi in Burundi
Silvia Montevecchi in Burundi