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Tratto da

La ragazza di Lamon

Autore

Anna Maria De Lena Pavcovich

Tempo di lettura

11 minuti

2 giugno 1946 - Edizione 2026: 80 anni di Repubblica italiana

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La ragazza di Lamon
"Non abbiamo lavoro per noi! Che le donne restino a casa, lì è il loro posto, accanto ai figli." Questi conflitti fra uomo e donna, gli operai li vivevano ogni giorno, anche se ognuno cercava di soffocarli.

Cambiai lavoro, ne trovai uno più redditizio. Al panificio come apprendista guadagnavo 5000 al mese. Con il nuovo posto di lavoro lo stipendio base sarebbe stato di 25.000 al mese, più il cottimo. Accettai con gioia, non mi spaventava lavorare; e guadagnare di più mi faceva sentire importante, forse avrei avuto anche qualche soldo per le mie spese. Incominciai cosi a lavorare in una fabbrica di scarpe: servivano per l'esercito italiano. Il tragitto da casa alla zona industriale era piuttosto lungo e non esisteva una linea di autobus the lo copriva. Ciò significava alzarmi alle cinque del mattino, andare a piedi al lavoro e non rientrare per il mezzogiorno: mangiavo alla mensa. Le operaie specializzate stavano alle macchine da cucire. Gli uomini preparavano le suole in cuoio e le tomaie. I nuovi arrivati erano addetti ai fori per i lacci, ad infilare i lacci, a dividere le scarpe per numero fra destre e sinistre: assieme ad altre operaie, svolgevo proprio queste mansioni. L'ambiente per me era nuovo, l'impatto all'inizio non è stato facile: c'era molta diffidenza, avevo a che fare con persone di tutte le età, donne sposate, fidanzate e giovanissime, tutte con i loro problemi e parecchie con molta esperienza lavorativa; erano "scafate". Ognuna si portava appresso la povera cultura del proprio paese di origine. Si esprimevano nel loro dialetto: veneto, friulano, o del sud. Per tutte queste circostanze era difficile amalgamarsi, erano donne the lavoravano in casa e fuori; chi doveva mantenersi e affermare la propria esistenza, chi invece lavorava per portare aiuto in famiglia. Sappiamo tutti cosa sia la disoccupazione, anche per gli uomini: un problema the e tanto pia grave per le donne, in tutti i tempi. Ma allora c'era molta più diffidenza ed intolleranza da parte dell'uomo verso la donna. "Non abbiamo lavoro per noi! Che le donne restino a casa, lì è il loro posto, accanto ai figli." Questi conflitti fra uomo e donna, gli operai li vivevano ogni giorno, anche se ognuno cercava di soffocarli. Io mi trovavo in uno stato di inferiorità nei confronti di tutti. Non percepivo in tutto e per tutto i problemi reali, mi sentivo emarginata, non riuscivo a prendere confidenza, soprattutto ero senza malizia. A volte mi trattavano con arroganza: cosa dovevo fare? Svolgevo il mio lavoro diligentemente, mi rivolgevo cortesemente a tutti e, se mi rimaneva qualche spazio libero, chiedevo se qualcuno aveva bisogno del mio aiuto. Il mio modo di propormi non era per mettermi in mostra, o per servilismo nei confronti del capo reparto: mi era innato, avevo una mia coscienza e proponevo amicizia e solidarietà. Mi accorsi dopo poco tempo che la barriera di impenetrabilità nei rapporti con gli altri si stava sgretolando. Impararono a conoscere me e io loro. Iniziò un confronto sui nostri giudizi, su chi eravamo; così nacque fra noi simpatia, rispetto, comprensione e solidarietà. Le storie di tutti si assomigliavano, le difficoltà della vita di quel momento erano simili alle mie e della mia famiglia. All'interno della fabbrica nasceva ogni volta una coscienza di lavoro e di rapporto umano. Fu così che presi "coscienza sociale e lavorativa". Una volta al mese veniva in fabbrica "il padrone". Arrivava da Verona. Il direttore ci allineava in cortile, Gli operai con il camice blu, noi operaie con un camice a quadretti blu e bianchi, come all'asilo. Dovevamo essere ordinati e rispettosi. "Lui" aveva un fare molto bonario, spigliato e ci teneva un bel discorso, in un italiano con accento veronese. Fu durante una di queste visite, che si accorse di me. Mi fece uscire dalla fila. Timidamente io mi avvicinai. Sorridendo mi chiese nome e cognome e che scuole avevo frequentato. Aggiunse che con la licenza commerciale potevo occupare un posto diverso e che il signor direttore mi avrebbe dato ragguagli in proposito. Dopo alcuni giorni, dal reparto, passai al negozio, dove erano in esposizione i vari modelli delle scarpe. Venivano gli ufficiali e il mio compito era di mostrare a loro le scarpe per i militari per farne l’ordine. Inoltre dovevo tenere pulito il negozio e la portineria. Tenere in ordine l’attiguo appartamento padronale, e in ultimo preparare e servire in stanza la colazione al principale quando si trovava a Bolzano. Avevo un lavoro più decoroso e meglio pagato: i miei genitori erano molto soddisfatti. Mi trovavo in uno "stato di grazia" che comunque non condividevo. Anche perché i1 rapporto che con molta difficoltà avevo raggiunto con le operate, in special modo con alcune di esse, si era spezzato.

[…]

«Ci ha pensato bene? Lei è bravissima, ha la stoffa per diventare un’ottima infermiera. Le sue dimissioni non le accetto se non ha dei motivi validi. Mi permetto di dirle questo, la vedo molto incerta e triste e vorrei aiutarla nella sua decisione».

Lavoravo da quasi un anno in ospedale, quando dovetti licenziarmi. Ricordo quel fine ottobre del 1960, non lo posso dimenticare, fu il crollo dei miei sogni. Con disperazione e con un certo imbarazzo, quel giorno bussai alla porta del direttore amministrativo. Entrai nel suo ufficio: «Mi dica signorina de Lena». Con voce tremante diedi le mie dimissioni sia dal lavoro che dal corso per infermiera. Il direttore mi guardò sbigottito «Ci ha pensato bene? Lei è bravissima, ha la stoffa per diventare un’ottima infermiera. Le sue dimissioni non le accetto se non ha dei motivi validi. Mi permetto di dirle questo, la vedo molto incerta e triste e vorrei aiutarla nella sua decisione». «Fra un mese mi sposo, sono incinta». Non dimenticherò mai lo stupore che apparve sul suo volto e nemmeno il caldo rossore che copriva le mie guance. Ruppe il silenzio dicendomi: «Può continuare a lavorare, non è la prima donna che aspetta un figlio e, al momento, andrà in maternità». «I genitori del mio futuro marito, non desiderano che io continui a lavorare: la donna deve rimanere a casa, per accudire il marito e i figli».

«Tanti auguri signorina de Lena, penso ne avrà bisogno». «Grazie!» e me ne andai prima di buttarmi fra le sue braccia per pregarlo, piangendo, di aiutarmi.

BIBLIOGRAFIA E DIRITTI

In: "Anni di novità e di grandi cose"/Patrizia Gabrielli. Bologna: Il Mulino, 2011.