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Autore

Claudio Foschini

Anno

1990 -1991

Luogo

Roma

Tempo di lettura

16 minuti

In nome del popolo italiano

[...] la voce apparteneva ad una ragazza avrà avuto 15 anni bionda con gli occhi azzurri [...]

la domenica facemmo un giro per i locali a cercare un pò di svago, ma ogni locale che visitavamo non mi soddisfaceva e Sandro si accorse della mia delusione arrivati ad un locale a Torre Angela, non era proprio una sala da ballo, ma era una cantina dove si era ricavata una sala da ballo dove suonava un complessino ma a quei tempi nelle piccole borgate le sale erano tutte così per trovare un bel locale bisogniava andare nelle grandi borgate tipo l’Alberone dove vivevo prima, quindi da questa cantina era stata ricavata una sala da ballo per entrarci bisogniava scendere una rampa di scale ma stranamente lì mi sentivo bene a mio agio, mentre suonava la musica che si diffondeva cominciai a ballare e anche lì cominciarono a battermi le mani (forse era per questo motivo che mi sentivo a mio agio, forse ero leggermente megalomane) a quei tempi l’abbigliamento era un pò strano vestiti cuciti dal sarto e portavo un paio di scarpe di coppale nere che si abbottonavano con automatici però come mi muovevo un pò più del solito si sbottonavano e questo mi dava un fastidio della madonna scivolai tra la gente e andai sul gradino delle scale d’ingresso per abbottonarli, mentre ero accucciato intento ad abbottonare una voce femminile mi chiese se poteva farlo lei, incuriosito mi volto e la voce apparteneva ad una ragazza avrà avuto 15 anni bionda con gli occhi azzurri quel viso mi piaceva poi quella richiesta mi aveva reso orgoglioso gli dissi va bene e lei si accucciò e mi abbottonò le scarpe quella ragazza mi piaceva mi piaceva la sua spontaneità, di ragazze ne avevo avute tante ma in nessuna ero riuscito a vedere la sua spontaneità, cominciammo a parlare del più e del meno lei mi chiese chi ero perché lì non mi aveva mai visto, io le dissi che da poco ero venuto ad abbitare lì vicino e che non conoscevo nessuno all’infuori di Sandro che era venuto con me, glielo presentai e lei mi presentò le sue sorelle parlammo del più e del meno e quel locale a me cominciava a piacermi forse perché avevo cominciato a conoscere altri ragazzi della mia età lavoravano tutti, chi il muratore, chi il falegniame chi il pittore o mestieri del genere, era cambiata la qualità delle mie amicizie, forse più spontanee più sincere, e non più malavitose e io lì con loro mi sentivo bene erano tutti curiosi perché non mi avevano mai visto, a loro piaceva come io ballavo e questo mi infondeva un pò di orgoglio,

 

[...] mi venne spontaneo baciarla appena la vidi [...]

verso una certa ora la ragazza bionda con gli occhi azzurri che si chiamava Rossana che avevo conosciuto prima ci chiese a me e Sandro se le accompagniavamo a casa abbitavano lì vicino ci diriggemmo fuori e le accompagniammo a casa, sotto casa le salutammo promettendo che presto le saremmo andate a trovare, dopo un piccolo giro tornammo a casa e ci mettemmo daccordo per la mattina appresso perché dovevamo andare a lavorare, la mattina mia madre mi svegliò di buon ora con la colazione, si vedeva che era soddisfatta che andavo a lavorare, venne Sandro e mia madre lo fece accomodare mia madre lo vedeva come il mio salvatore, salutammo e uscimmo dirigendoci verso il bar Kennedy dove avevamo appuntamento con il datore di lavoro dopo un oretta che eravamo lì (a Sandro sembrava strano questo suo ritardo) arrivò e ci disse che per certi motivi (praticamente non gli avevano ancora consegniato l’appartamento che dovevamo verniciare) il lavoro lo avremmo cominciato dopo una settimana io ero un pò deluso per mia madre che aspettava che io attaccassi, non per i soldi ma perché avevo il tempo occupato e questo pensiero mi fece star male e fra me e me cercavo le parole per spiegarlo a mia madre lo dissi subito a Sandro e decidemmo di andare subito a casa mia per spiegarlo a lei e così facemmo, forse trovai le parole giuste perché non notai nessuna delusione sul suo viso, anzi lei che si adoperava per non farmi sentire deluso e mi disse non credere che sia facile trovare un lavoro l’importante è che non ti demoralizzi, ora vai con Sandro a divagarti un pochino almeno non pensi al peggio, come riusciva a darmi sicurezza quella piccola ma grande donna prima che uscissi mi chiamò in cucina e sotto voce mi chiese se avevo i soldi, io non ne avevo ma gli dissi si che avevo ancora quelli che mi aveva dato i giorno prima mio padre, a me non andava di prendere dei soldi da mia madre perché ero io che dovevo darne a lei e non viceversa, promettemmo a mia madre di tornare per pranzo e ci diriggemmo verso Torre Angela per andare a trovare Rossana che piano piano mi stava entrando nel sangue, appena la vidi provai piacere e pensare che quella ragazzina con la sua presenza infondeva in qualche modo calore, mi piaceva con quel suo viso sbarazzino con quegli occhioni azzurri con i suoi modi, mi venne spontaneo baciarla appena la vidi, diventò tutta rossa ma non si sottrasse, ci chiese se volevamo andare sù da lei a prendere un caffè io mi irrigidii a quelle parole, al pensiero del padre e della madre, lei dopo un stupendo sorriso mi disse ma cosa hai capito, mia madre è al lavoro fà la bidella (all’istituto Giulio Cesare) e mio padre lavora quì di fronte casa e stà spesso a casa a se ti vede sù non ti dice niente perché a fiducia delle figlie anzi facciamo così prima passiamo da lui e andammo davanti casa dove lavorava in un magazzino di varecchina ce lo presentò aveva un modo simpatico di comunicare con le persone e per me quel suo accento toscano era stupendo mentre eravamo lì a parlare con lui (si palpava con la mano l’amore che aveva per quella figlia la chiamava Rossanella) entrò il figlio del padrone Alberto che avevo conosciuto il giorno prima in sala lo chiamavano il Nasone un tipo allegro, con cui feci subito amicizia, disse a toscà stà tranquillo sono 2 bravi ragazzi amici miei e queste parole servirono a togliere quel pò di ghiaccio se mai ce ne fosse stato e andammo tutti a casa loro a prendere il caffè notai le risate delle sorelle nel vederci arrivare con il padrone e Alberto che era di casa, il Toscano disse (forse si era accorto che io e la figlia pendevamo uno per l’altro) a regà questa è casa tua però mi raccomando fà l’uomo e sono certo che tu lo sei, vidi Rossana radiosa che parlava con le sorelle piena di felicità, ci portò il caffe e mentre lo prendevamo lui mi chiese se ci saremmo fermati a mangiare con loro io dissi nò perché avevo promesso a mia madre che saremmo andati a casa a mangiare lui senza delusione mi disse capisco e fai bene e ricorda non si deve mai deludere una madre, vidi Rossana un pò delusa e prese subbito la palla al balzo e disse, all’ora vi accompagniamo noi con Alberto che cià la macchina Alberto disse di si e io un pò preoccupato gli dissi dove ci mettiammo siamo in 7 (il Toscano doveva tornare al lavoro) Alberto disse bé la macchina è una Giulietta c’entriamo tutti quanti poi da qui a casa tua non è tanto distante, salimmo tutti sulla sua Giulietta e mentre avevamo preso tutti posto, Alberto schiattò in una risata io non capivo e lui disse sempre ridendo vi siete messi a sedere ma la macchina senza spinta non parte e ridendo scendemmo io e Sandro dicendo alle ragazze di non scendere e dammo una piccola spinta la macchina partì arrivati sotto casa mia dissi al Nasone di spengere la macchina per salire a casa mai, mia madre come vide i miei nuovi amici li fece salire e vidi subbito la grande familiarità che c’era fra mia madre e Rossana che nel frattempo aveva fatto amicizia con le mie sorelle le avevano fatto visitare tutta casa a Rossana e le sorelle nel frattempo io Sandro e il Nasone eravamo scesi giù volevo fargli visitare il piccolo garage sotto casa e gli dissi che mia madre era disposta a lasciarlo a me, subbito Alberto mi disse ma lo sai che quì è più grande della sala sotto casa mia!

[...] scartato il pacco mi misi i soldi e l’oro nelle tasche e partii di nuovo.

e mi disse subito perché non ce la facciamo noi una sala? io e Sandro ci guardammo e pensammo che era una bella idea, perché la sala più vicina era ad un chilometro e poi eravamo sicuri che la nostra sarebbe stata migliore, ma per fare questo ci voleva qualche soldo, Alberto ne aveva pochi Sandro meno e io ero a terra, ma la cosa non mi preoccupava il lato finanziario perché dalla vita avevo imparato tanto e qualche idea l’avrei messa a punto, tornammo sù e chiedemmo a mia madre se potevamo adoperare il garage per ciò che volevamo fare lei ci disse di sì, soddisfatti dicemmo a mia madre che il pomeriggio avremmo cominciato a pulire subito Rossana e le sorelle ci offrirono una mano, noi accettammo ma ad una condizione che loro ci avrebbero fatto lavorare in pace e così fù, pulimmo tutto cacciammo fuori la roba in più e finito era realmente un grande spazio ora il nostro problema era come riempirlo e riempirlo voleva dire fare la pedana per il complesso mettere l’impianto stereo sistemare poltroncine e tavoli e questa era tutta roba che non si poteva rimediare da un momento all’altro nei giorni che seguirono andammo in giro per i locali per renderci conto come era collocato tutto l’arredamento certo noi non volevamo fare un’arredamento che ci distinguesse dagli altri per il prezzo o per il valore ma una cosa semplice che come sarebbe stata dislocata ci distinguesse dagli altri perché non potevamo permetterci spese folli e quindi ci sbattevamo al pensiero di come riempire i vuoti, tutti i nostri familiari si erano offerti di darci una mano perché vedevano di buon occhio quello che stavamo facendo però l’orgoglio a volte è una brutta bestia rifiutammo gli aiuti finanziari dei familiari ormai avevamo deciso che quel locale era una nostra cosa e come per scommessa dovevamo dimostrare che eravamo capaci con le nostre forze di riuscire a creare qualcosa di nostro, ma inesorabilmente ci si presentava il problema finanziario allora presi una decisione da solo senza dire niente a Sandro e Alberto un giorno con la scusa che avevamo da fare visto che con Sandro avevamo finito di lavorare a mezzogiorno con la scusa che dovevo andare da uno zio mi feci lasciare la Lambretta da mio padre e mi diressi dalla parte della Camilluccia, una zona residenziale di Roma dove c’erano tutte villette e palazzi con parecchi giardini, scelsi quella che ritenevo più idonea sia per scavalcare non visto o perché secondo me era quella che avrebbe pagato più i miei rischi con un cacciavite N°10 a quadrello, e una lampadina tascabile, mentre nessuno badava a me scavalcai l’inferriata che divideva la strada dal giardino della palazzina, dopo essermi guardato intorno e accortomi che nessuno mi guardava mi diressi verso le finestre dell’appartamento del primo piano mi avvicinai alle persiane ma con grande delusione mi accorsi dalle voci che uscivano che dentro c’era qualcuno ma non mi buttai giù oramai ero troppo determinato a rimediare i soldi che ci servivano, convinto che quello sarebbe stato l’ultimo reato perché ero lì (forse è strano il modo come lo spiego) ma non mi ci volevo trovare non per la giustizia degli uomini ma per la giustizia della mia famiglia non potevo dargli anche quella delusione la mia famiglia mi aveva accolto a casa dopo quella disgrazia convinta della mia buona fede e non potevo deluderla ulteriormente con quell’azione, però in quel momento quello che stavo facendo lo vedevo come unica soluzione a tutti i miei problemi (forse era un attenuante a quello che facevo) e quindi calai un certo sipario a quello che stavo facendo, accortomi che la luce dell’appartamento del primo piano era spenta e questo mi faceva presumere non ci fosse nessuno dopo aver cercato il punto adatto per arrampicarmi mi arrampicai certo con un poco di difficoltà, salii sul primo piano e mi tirai sù dal balcone e una volta sul balcone mi avvicinai alla tapparella della porta finestra e dopo aver passato alcuni minuti con l’orecchio attaccato alla persiana per scoprire da qualche rumore se c’era qualcuno, e dopo non aver sentito niente alzai con le mani la tapparella, forzai con il palmo della mano la finestra e visto che non era aperta mi guardai intorno sul balcone e vicino notai una scopa la presi e la misi nel canale di ferro della tapparella in modo che la tapparella rimanesse sollevata e mi facesse lavorare tranquillamente, presa la lampadina tascabile dopo aver messo la mano a cono l’accesi illuminata brevemente e visto che nessuno si era accorto della mia presenza e notato che in casa non c’era anima viva tirai fuori il cacciavite e l’infilai poco sotto la serratura dopo aver fatto un pò di leva la finestra porta si aprì da sola entrai velocemente e dopo aver tirato sù la tapparella in modo che potessi togliere la scopa (per crearmi una veloce via d’uscita) scivolai di corsa nella camera da letto e cominciai a rovistare nei cassetti del mobile ma niente c’erano solo le scatolette vuote degli oggetti d’oro quindi se c’erano le scatolette vuote (ne erano tante) non potevano averlo tutto addosso ne soldi e ne altro quindi dovevano essere nascosti da qualche altra parte, uscii nel corridoio per andare a rovistare nelle altre stanze e visto che dovevo stare più del solito lì dentro mi diressi verso la porta di ingresso e dopo aver appoggiato brevemente l’orecchio alla porta non si sentiva nessun rumore misi il catenaccio in modo che se aprivano la porta con il catenaccio non potevano aprire e quindi avevo tutto il tempo per scappare mi fermai un attimo a riflettere proprio all’altezza dello sgabbuzzino e pensai che se avrei voluto nascondere qualcosa lo sgabbuzzino era il posto migliore, lo aprii e lì c’era ogni tipo di cosa tutte scatole di scarpe e ogni tipo di scatola apertane una a caso trovai l’argenteria però era ingombrante da portare sulla Lambretta, decisi di guardare meglio aprii una scatola di scarpe per volta e dopo un pò nella penultima scatola trovai tutto l’oro che mancava nelle scatolette e in più un mazzo di soldi da 10 mila lire non contai ne i soldi ne guardai bene l’oro rifeci la stessa strada dell’entrata saltai il balcone e una volta giù notai la luce accesa nell’appartamento sottostante feci piano e visto che per strada non si vedeva anima viva saltai l’inferriata e mi trovai per strada con quella scatola di scarpe incartata in un giornale sotto braccio dopo aver fatto qualche metro raggiunsi la Lambretta messo in moto mi allontanai fatta qualche traversa mi fermai, scartato il pacco mi misi i soldi e l’oro nelle tasche e partii di nuovo

Un ritratto di Claudio Foschini tra i suoi appunti. Foto di Luigi Burroni.
Un ritratto di Claudio Foschini tra i suoi appunti. Foto di Luigi Burroni.