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Autore

Claudio Foschini

Anno

1990 -1991

Luogo

Roma

Tempo di lettura

15 minuti

In nome del popolo italiano

[...] guardando tra un calcio e l’altro la faccia così piena di cattiveria [...]

Nel frattempo era arrivata la macchina, mi ci caricarono di peso la macchina si diresse a sirene spiegate al commissariato lì vicino, sembrava che avessero catturato non un semplice ragazzo che aveva fatto una cazzata un semplice furto di macchina ma visto come mi portavano e come mi trascinavano fuori dalla macchina fino dentro al commissariato a forza di calci e spintoni sembrava che avessero catturato un pericoloso criminale, con una smorfia di disappunto (peccato che non c’era la telecamera che li riprendeva nel momento di gloria) ma dentro il commissariato Celio le cose non andarono meglio, anzi mi fecero sedere su una sedia nell’ufficio del maresciallo che diriggeva il commissariato, il maresciallo aveva un aria paterna dall’aspetto poteva essere mio padre e per fortuna non lo era subito cominciò l’interrogatorio avevo le due guardie che mi avevano arrestato affianco a me uno da un lato e l’altro dall’altro, il maresciallo ruppe subito il silenzio (se silenzio si poteva chiamare, visto che urlavano tutti come se avessero preso un criminale, forse dentro di loro erano convinti di essere riusciti ad Aggiungere qualche baffo alle loro sfolgoranti divise piene del loro orgoglio), e con voce con accento napoletano mi diceva, così guagliò ti credi di essere forte ti credi che puoi fare come ti pare, ora dimmi perché tu e i tuoi amici siete scappati, io di rimando dissi quali amici io ero solo, senti mi rispose non fare lo stronzo, mentre tu posavi la macchina altri tre alla vista della polizia scappavano perché, io dissi subito che la macchina l’avevo rubata poco prima in via Appia e per farmi credere cacciai dalla tasca uno spadino ma con me non c’era nessuno, allora lui si alzò di scatto dalla sedia come se lo avesse punto un aspide, fece un cenno ai due agenti che mi erano affianco, loro di colpo mi presero uno da un braccio uno dall’altro, e lui mi sferrò un calcio (dopo essere passato dall’altra parte della scrivania) fra i testicoli e nonostante gli altri due mi reggessero mi piegai, mi tirarono subbito sù e il maresciallo mi dette un pugno sulla bocca dello stomaco, mi ripeteva in continuazione perché ti ostini a proteggere quei due delinquenti dei tuoi amici, forse lui non si rendeva conto che fra lui e i miei amici il delinquente era lui ad un certo punto con le lacrime agli occhi gli dissi, ma di che pasta sei fatto posso essere tuo figlio e lui con uno scatto di rabbia mi disse se tu fossi stato mio figlio ti avrei scaricato questa, indicandomi la pistola in testa, e continuò a riempirmi di calci e cazzotti mentre ero in terra (perché nel frattempo anche gli altri due si stavano scatenando su di me) guardando tra un calcio e l’altro la faccia così piena di cattiveria che disegnava il viso di quel maresciallo, pensavo tra me e me come farà stanimale a fare una carezza la sera ai propri figli, non riuscivo a rendermi conto come mai chi doveva proteggerci si scatenava così su un povero ladruncolo e da quel momento mi tappai la bocca non mi importava di avere gli occhi gonfi di lacrime, dopo un tempo che per me era interminabile visto che io insistevo a non dire niente lui ripeteva vedrai se ti faccio parlare ho fatto parlare gente più importante di te, e visto che io mi ostinavo nel mio mutismo strillò agli altri due portate via stò fetente sennò lo ammazzo e mentre gli altri due mi trascinavano fuori perché con le botte prese non ce la facevo neanche a muovermi, mi girai verso il maresciallo e con un filo di voce che mi era rimasto gli dissi, stronzo ai visto che non sei riuscito a farmi parlare, queste mie parole lo fecero scatenare ulteriormente lui e le altre due guardie, mentre le altre due guardie che mi trascinavano fuori con un braccio mi reggevano e con l’altra mi davano i cazzotti in testa il maresciallo arrivò di corsa e mi sferrò un calcio sul fianco, e non mi ricordai più nulla perché svenni, non ricordo neanche il tragitto dal Celio al carcere minorile di Porta Portese Aristide Gabelli, so solo che in matricola per come ero ridotto non volevano accettarmi, dopo le solite cose di matricola le impronte digitali e foto, due assistenti (si chiamavano così erano guardie ma stavano in borghese) mi presero sotto braccio e mi portarono per la prima volta all’interno del carcere, ma con quel poco che potevo aprire gli occhi perché ero gonfio non trovai nulla di nuovo sembrava che in quei posti ci fossi sempre stato, entrati nel grande salone dove erano le scale a destra e sinistra (si chiamava sala Clementina) che portavano sopra alle celle, sentii una voce, a regà anvedi come è ridotto quello e subito un altra voce che diceva anvedi cianno portato pure le donne (perché in quel periodo avevo capelli molto lunghi) e un’altra voce che strillava, a cretino stai a fà lo stronzo, ma nun lo vedi come lo hanno ridotto, subito quella voce cretina si azzittò, mi portarono sù al 3 piano alla cella 50 dove c’erano altri 2 ragazzetti appena arrestati, i due si alzarono dal letto e mi fecero appoggiare sopra un letto mentre loro due mi facevano il mio, dopo essere scesi a prendere le mie lenzuola e coperte, mentre la porta era aperta nell’attesa che tornasse sù chi era andato a prendere la mia fornitura giù, sentii dalla cella di fronte chiamare l’assistente, e riconobbi la stessa voce cretina che mi aveva gridato quelle cose, lo tenni in mente, tornato sù quello che era andato a prendere giù la mia fornitura l’assistente chiuse la porta, era una cella con tre letti con il pavimento vecchio a piastrelle di cemento e i muri troppe volte verniciati con una finestra abbastanza grande con le sbarre e i bandoni di ferro che coprivano le finestre ma che lasciavano entrare la luce, nonostante ambiva a sembrare una cella o una camera era in realtà molto squallida, però non la trovavo molto differente dalle camerate del colleggio dove ero stato, sì forse non avevano le sbarre alle finestre non avevano la porta chiusa però il paragone mi saltò subbito agli occhi e non riuscivo a trovare differenze tra carcere e collegio,
in quella cella eravamo tutti e 3 in isolamento perché anche gli altri 2 li avevano arrestati di recente e le prime azioni umanitarie dopo il mio arresto le ebbi proprio da quei miei compagni sconosciuti di sventura, non ci era consentito scendere con gli altri perché noi eravamo in reggime di isolamento però potevamo comunicare con tutti ogni tanto veniva qualcuno sempre di nascosto delle guardie per chiederci cosa avessimo fatto e il perché del nostro arresto tutto questo lo potevamo fare solo attraverso lo spioncino, ti chiedevano oltre al reato di quale zona di Roma fossi, dopo aver spiegato di quale reato ero accusato, vollero sapere perché fossi ridotto così io glielo spiegai e dissi che ero dell’Alberone (zona dove abitavo) vennero tutti meno quello che mi disse quelle parole al mio ingresso, venne anche un ragazzo della mia zona che mi conosceva sapeva con chi praticavo e mi disse a Clà tieni duro che passa tutto, non credo che tu te la sia presa per quelle parole che ti ha detto quel cretino, e poi dovresti sapere come è qui, appena andato via mi tornarono in mente tutti i discorsi fatti precedentemente con i miei amici dove mi spiegavano i pericoli del carcere minorile, dovevi farti valere per non essere sottomesso, e questo pensiero non mi lasciò per tutto il periodo che riamasi isolato [...]

Gli appunti di Claudio Foschini, particolare. Foto di Luigi Burroni.
Gli appunti di Claudio Foschini, particolare. Foto di Luigi Burroni.
[...] verso le 7,30 ci svegliò la guardia [...]

la sera del mio arresto mentre ero solo con i miei pensieri sentii singhiozzare il mio compagno di stanza al primo momento feci finta di niente convinto che voleva rimanere solo con i suoi pensieri, perché in posti come questi la solitudine è sacra ma visto che continuava, mi alzai e sono andato a sedermi sulla sua branda gli chiedevo cosa avesse fatto si chiamava Franco era più giovane di me e mi spiegò che era disperato perché dopo tanto aveva trovato un lavoro per essere di aiuto alla propria famiglia perché il padre era morto durante il lavoro e a casa aveva lasciato 2 sorelle e un fratellino più piccolo, mi disse ora non sò come faranno a tirare avanti, vedi quello che portavo io a casa era poco però quel poco lo facevamo bastare, ora mi trovo qui per una stupidaggine un mio amico mi disse che mi avrebbe accompagniato lui a lavoro con un motorino che si era appena comprato mentre mi stava accompagniando a lavoro ci fermarono le guardie, e risultò subito che il motorino era rubato, però almeno tu a Clà me devi crede io subito avevo creduto alle sue parole perché nel modo come me lo disse e poi in confidenza così, visto che io non potevo farlo uscire quindi non aveva motivo di mentirmi, dopo aver sentito la sua storia gli chiesi chi era quel pezzo di merda che lo avesse trascinato in quella faccenda lui un pò sul vergognioso e sul discreto mi confidò che era quel ragazzo che era con noi in cella allora gli chiesi cosa aveva detto quel ragazzo durante l’interrogatorio e lui disse che aveva dichiarato che il motorino glielo aveva dato un certo Mario (falso) e che lui gli aveva dato dei soldi per comprarlo cercai di calmarlo dicendogli che presto si sarebbe risolto tutto e me ne andai sul mio letto con più malincuore di quando mi ero alzato, dicendo fra me e me che qualcosa avrei fatto per quel ragazzo forse avevo più pena per lui che per me io in fondo un padre che pensasse alla famiglia lo avevo lui no chi avrebbe aiutato la madre
raggionando fra me e me arrivai a una conclusione che secondo me era ottima siccome a me avevano insegniato che il reato si può scontare da solo senza che altri ne paghino le decime, decisi che il giorno avrei parlato con l’altro ragazzo, così passò la mia prima notte da detenuto mi addormii con quel pensiero, verso le 7,30 ci svegliò la guardia con il latte e caffè e il latte sapeva più di acqua che di latte e il caffè sapeva di tutto meno che di caffè io mi alzai presi le 3 gavette e le riempii di latte e caffè per tutti e 3 e lo porsi agli altri poi presi il pane del giorno prima e ci feci una zuppa di latte e caffè mentre stavamo facendo colazione ognuno nella sua branda chiesi all’altro che si chiamava Antonio per cosa stava dentro lui in modo spavaldo mi disse, ho rubato un motorino, e mentre stavo accompagniando Franco al lavoro cià fermato la Madama, allora io gli chiesi se Franco sapeva che lui avesse rubato il motorino, come lui mi disse di no quella gavetta di ferro che avevo in mano con tutto il pane e il latte dentro gliela tirai in faccia mi alzai di scatto dal letto e saltai sul suo corpo gli misi una mano al collo e gli detti un cazzotto in faccia dopo gli spiegai il perché del mio comportamento e gli dissi, guarda che non aregge la scusa che il motorino te lo ha dato un certo Mario quindi la condanna la prendete tutti e due e visto che il motorino lo guidavi tu ti conviene dire la verità almeno fai uscire lui ora senti bene a me forse oggi viene il giudice a interrogarci sia a me che voi a te conviene dire la verità almeno fai uscire lui vero o falso, perché visto che il motorino lo portavi tu anche se lui sapeva qualcosa non è giusto che il motorino lo paghiate in due, senti io rimango qui ma se tu non scagioni lui ogni volta che ti incontro ti gonfio di botte e poi ti faccio gonfiare dagli altri, sentii i passi per il ballatoio della guardia che stava venendo lo lasciai e gli dissi di fare l’indiano cioé di far finta di gnente saltai sul mio letto e prima di salirci feci in tempo a strizzare l’occhio a Franco che dormiva sopra a me, venne la guardia a fare la conta e non si accorse di gnente, cominciò il rumore del carcere che si svegliava, si sentivano le prime voci, chi cantava, e un altra guardia girava ad aprire le celle per le pulizie, le pulizie comprendevano lo svuotamento dei buioli (dei bidoni di alluminio per la notte dove si facevano i bisogni) e la pulizia della persona alle docce dove cerano i lavandini e noi due alla volta ci andavamo a lavarci la faccia a noi che eravamo isolati ci aprivano per ultimi quando toccava a noi, tutti gli altri già erano andati all’aria ho al lavoro, noi non potevamo incontrarci con gli altri sempre perché eravamo in isolamento e quindi scendevamo dopo di loro però il modo per vederci non mancava, perché le officine Fabbri, falegniami e sarti, avevano l’entrata dal cortile dell’aria, ma non solo in qualche modo si riusciva sempre a comunicare fra noi io ebbi modo di far sapere al mio amico cosa era accaduto, e gli dissi di far sapere fuori a quegli amici comuni che potevano stare tranquilli, lui mi mandò in cella, sigarette, viveri e qualche giornalino che divisi con i miei condizione della famiglia di Franco, e io gli ripetei che Franco era lunico che poteva salvarsi, quindi era giusto che lui dovrebbe fare qualsiasi cosa per salvarlo, lui mi rispose vedi io non ce lo con te e ti capisco perché questa mattina ci ai avuto quella reazione, io non cero arrivato a questo ma ti prometto che quando verrà il giudice farò del tutto per cercare di salvarlo [...]