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Autore

Paule Roberta Yao

Anno

2019

Luogo

Camerun

Tempo di lettura

8 minuti

Questo strano mercoledì

Ero riuscita a ritagliarmi uno spazio che fosse solo mio.

Peraltro, avvertivo una curiosità crescente verso il Camerun, dove ero nata, ma che avrei lasciato per Marsiglia da neonata. Esther mi aveva preceduta nel 2013 andandoci con dei cugini, anch’essi emigrati in Francia. Si era parlato a lungo di andarci con i miei genitori ma non accadde mai. Mio padre era sempre stato piuttosto distratto per tutto quello che succedeva al di fuori delle mura dell’ospedale. Abbracciava la vocazione di medico con attenzione ed amore, tralasciando tutto e tutti. Non riuscimmo mai a convincerli di accompagnarci in qualità di mediatori, o meglio erano d’accordo a parole. Ne parlavamo spesso senza che emergesse un progetto sotto le sembianze di una data, di un biglietto aereo. Pensavamo che la loro presenza fosse indispensabile per mediare tra noi e quel paese sconosciuto. In realtà, anche loro tornavano raramente se non per i funerali. Il bisogno impellente di andare a vedere dov’ero nata crebbe giorno dopo giorno finché decisi di intraprendere il viaggio per la prima volta alla veneranda età di 31 anni. Seppur astratte o remote, un albero non può crescere senza le proprie radici e sentivo che una chiave di lettura irrinunciabile, un ponte tra due sponde del mio stesso mondo, si celava in quella terra che non avevo ancora calpestata. Così mi organizzai e fissai la partenza al 19 dicembre 2015. Nel frattempo, il lavoro dove ottenni una promozione subito dopo il primo anno mi consentì di fare un ulteriore salto di qualità, prendendo casa da sola a Monte Sacro. Stavo assaporando da un annetto una delle mie più grandi conquiste di quegli anni. Ero riuscita a ritagliarmi uno spazio che fosse solo mio. Ero diventata avvezza all’esercizio della solitudine ed avevo scoperto cosa volesse dire scegliere quando stare da soli, scegliere quando lasciar entrare le persone nel proprio universo per il solo piacere di farlo. Il giorno prima della partenza, Giovanna, con cui avevo condiviso la casa di Casal Bruciato, mi scrisse una mail. Era una viaggiatrice collaudata ed aveva colto meglio e prima di me la forza potenziale dell’esperienza che mi accingevo a vivere. Ricevetti moltissimi auspici ed auguri di buon viaggio ma nessuno ebbe il potere di toccarmi come questo: 

 

 

[...] potrai camminare sulla terra dove tua madre e tuo padre hanno mosso i primi passi... [...]

Cara Paola,

ancora poche ore e sarai in Africa, potrai camminare sulla terra dove tua madre e tuo padre hanno mosso i primi passi... tra poche ore sarai in Africa, la terra delle terre, dove tutto è più intenso: i colori, gli odori, i sapori e anche i sorrisi della gente... tra poche ore sarai in Africa, non temere, lasciati andare con la mente e con il cuore, vivi ogni momento intensamente... tra poche ore sarai in Africa per riappropriarti delle tue radici e come un albero potrai tendere le tue braccia verso l’azzurro del cielo e illuminarti di immenso.

Ti voglio bene e ti penso, Giovanna.

 

Quel viaggio fu tutto questo e molto di più, uno tsunami emotivo, non saprei come altro definirlo.

Che dire? Quel viaggio fu tutto questo e molto di più, uno tsunami emotivo, non saprei come altro definirlo. Mi ero interrogata a lungo su quali potessero essere stati i motivi che avevano portato i miei genitori a tenerci lontane da tutto questo. Era come se avessero conservato certi aspetti tradizionali e volutamente cancellato altri. Ad esempio, mia madre aveva sempre cucinato camerunense, adoravamo e conoscevamo molte pietanze però avevano tralasciato l’insegnamento della loro lingua. Non seppi rispondere a tutte le domande che mi facevo da anni, ma quel viaggio fu una scoperta illuminante di quelle che erano state le condizioni di vita dei miei, oltre che un modo di concludere il processo di guarigione e di riconciliazione che era già in essere da molti anni. Entrambi i miei genitori venivano da famiglie numerosissime in cui, seppur non avendo mai conosciuto la fame, era chiaro che i loro genitori avevano a loro volta fatto sacrifici immani per consentire loro di studiare, affrancandosi da ogni diktat socio-economico attraverso l’istruzione. Se fosse stato per mio nonno materno, mia madre sarebbe stata destinata a una scuola domestica. Fu mia madre a ribellarsi a questo destino. Era una bambina intelligentissima che poteva ambire ad altri orizzonti nella vita. E così fece, diventando insegnante di inglese e di spagnolo. Era la primogenita di dieci figli e quando i suoi si separarono, sua madre fu ripudiata. All’età di quattro anni, sua madre le disse un giorno: “Rimani qui e sii coraggiosa”. Quel mondo costruito, ideato dagli uomini per gli uomini produceva simili aberrazioni. Da quel momento, sarebbe cresciuta prendendosi cura dei fratelli e delle sorelle più giovani con una matrigna che non perdeva un’occasione di bistrattarla. Cominciavo a capire da dove venisse il fervore patriarcale che aveva intossicato la vita marsigliese. Come in altre parti del mondo, l’uomo è sempre colui che comanda, consente o nega, ascolta o ignora, asseconda o ostacola le rivendicazioni, i diritti, i sogni delle donne sotto la sua autorità e protezione. Mio padre, dal canto suo, era il secondo genito di una prole di cinque figli. Sua madre era rimasta vedova da un certo Paul Mensah, un uomo del Ghana che conobbe in Camerùn. Mio padre aveva 11 anni quando il nonno venne a mancare e mia nonna si rimboccò le maniche. Era una venditrice ambulante di cibi ed era con il guadagno di questo piccolo commercio di strada che avrebbe mandato tutti i figli a scuola. Lo dice spesso ed è motivo di grande orgoglio e vanto per lei.

 

Non si può parlare di quel che non si conosce né si può dare quel che non si ha avuto.

A Douala, mi aspettava un comitato di accoglienza di tutto rispetto composto dall’unico fratello di mio padre e dal figlio, John. L’emozione era palpabile mentre li salutavo. Li osservavo e cercavo qualche somiglianza con mio padre. Fatta eccezione di mia nonna che era finalmente tornata in paese, non conoscevo nessuno, zii, zie, cugini, cugine. Parenti di primo grado e perfetti sconosciuti allo stesso tempo. È ancora vivo in me il tripudio di colori, odori, rumori nelle piazze gremite di vita e di gente mentre attraversavamo la città in macchina per raggiungere Beedi, il quartiere dove viveva gran parte della famiglia sia materna che paterna. Mi guardavo intorno con occhi sbarrati mentre mio cugino mi spiegava dove fossimo e a cosa fossero adibiti palazzi e piazze. Era un viaggio improntato al contatto, alla conoscenza di questa famiglia sebbene avessi solo tre settimane a disposizione per farmi un’idea. Soggiornavo nella casa dove mia nonna paterna viveva con una delle sorelle di mio padre, Esther. Come mai prima, mi stavo addentrando nella storia dei miei genitori, avrei visto quartieri, case che sapevano di miseria e che stavano a indicare che quelle persone si erano conquistati a fatica qualunque cosa avessero. Stavo capendo che non c’era posto per la poesia laddove la vita è sempre incentrata sulla mera sopravvivenza. Un genitore che lotta per fare in modo che ci sia sempre da mangiare sul tavolo o per garantire lo studio ai figli perché possano elevarsi sopra lo status quo fortemente dettato dalla macchina colonialista, non aveva tempo per una carezza o una parola di incoraggiamento. Non si può parlare di quel che non si conosce né si può dare quel che non si ha avuto. Ecco, il Camerun svolse questa precisa funzione, quella di farmi scorgere la complessità di un viaggio tra il punto di partenza e quello di arrivo di due persone giovanissime. Stavo vedendo da dove erano partiti i miei genitori e, inevitabilmente, non potevo fare a meno di chiedermi cosa ne sarebbe stato di me se fossi rimasta lì.