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Autore

Alba Marina Ospina Dominguez

Anno

2020

Luogo

Colombia

Tempo di lettura

7 minuti

Stazioni

I miei compagni di viaggio erano gli aranci, gli olivi e le piastrelle. Le poesie di Federico García Lorca erano la mia bussola.

Inizio a scrivere la mia storia nella stazione di Marsiglia, in Francia. È il 20 marzo 2020, sono le sei del mattino e sto per prendere un treno che mi porterà nella città dove

vivo da quattro anni: Mantova. Comincio a raccontare la mia storia da un luogo di

transito, forse perché la mia vita si è forgiata in luoghi come questi. Torno però da un viaggio che, sebbene all’inizio avesse solo una finalità turistica, è diventato una delle più grandi scoperte nella mia storia e nella storia della mia famiglia.

 

A febbraio 2020 avevo abbandonato lo stivale italiano per fuggire dai fantasmi del lavoro e al tedio della vita quotidiana. Così ho intrapreso un viaggio da sola in Andalusia. I miei compagni di viaggio erano gli aranci, gli olivi e le piastrelle. Le poesie di Federico García Lorca erano la mia bussola. In questo viaggio, guidata dall’intuizione, ho seguito le orme della Storia e, in particolare, quelle della mia famiglia materna, orme che purtroppo hanno calpestato il sanguinoso sentiero della guerra civilespagnola. È così che sono sbarcata per caso alla “Casa della memoria”, un centro di ricerca e studio per le vittime del franchismo a Cadice.

In questo modo, come Ulisse nei Cimmeri, sono stata in grado di conversare con l’anima dei miei antenati, ho chiesto loro la forza della resistenza e della lotta per accompagnarmi nel viaggio di ritorno in Italia.

Ho esplorato quindi i campi di concentramento di Franco nel campo di Gibilterra, dove mio nonno fu prigioniero tra il 1940 e il 1942, evento che lo costrinse all’esilio in Colombia. Nel viaggio, non stavo cercando di fare solo un processo di memoria storica, ma anche un processo di memoria spirituale. Volevo entrare nelle vecchie piaghe della guerra per dimostrare che il flusso della vita persisteva e che si era incarnato in noi, i suoi nipoti. In questa occasione, Maria, una donna indigena Maya del Guatemala, mi ha accompagnato in una cerimonia di omaggio a mio nonno nel suo luogo sacro, nascosto tra le montagne del villaggio e abbracciato dal flusso di un fiume. In questo modo, come Ulisse nei Cimmeri, sono stata in grado di conversare con l’anima dei miei antenati, ho chiesto loro la forza della resistenza e della lotta per accompagnarmi nel viaggio di ritorno in Italia. Ma non c’è Odissea senza l’ira di Poseidone e la rabbia del Ciclope. Una tempesta invisibile e disastrosa aveva raggiunto l’Andalusia e afferrato le menti e i corpi delle persone, una pandemia. Una malattia che ci ha proibito di fare ciò che sappiamo fare meglio: stare con gli altri. E intanto il mio volo di ritorno in Italia era stato cancellato. Mille domande mi riempivano la mente: voglio tornare indietro? Come tornare? È sicuro viaggiare? È così che, senza una barca per ripararmi e continuare a navigare, ho intravisto molte isole dove avrei potuto naufragare. Ho dovuto solo seguire la luce di queste stelle nel cuore della notte per trovare il mio porto. Sono tornata allora nella mia piccola isola di tranquillità, La Casa de la Memoria. Ancora unavolta, i miei nonni materni mi hanno protetta.

mi accorgo che la mia storia non è “mia”, noto che per parlare di “me” devo parlare delle donne che mi hanno preceduto.

Ma non potevo starci. Dovevo tornare a Mantova. Quindi ho programmato il mio viaggio. Avevo una settimana prima che i confini dei titani delle nazioni fossero completamente chiusi. Ma prima dovevo far tacere le sirene delle mie paure, schivare i Ciclopi dello Stato, trovare una nave sicura e farmi strada tra i confini della Francia e della Spagna! Il piano: prendere un volo da Malaga a Marsiglia, da lì prendere due treni che mi avrebbero portato a Ventimiglia e dopo tre treni arrivare, finalmente, aMantova. Avevo bisogno di due autobus, un aereo, cinque treni, due giorni e una maschera; e tanta fortuna...

E così comincio a scrivere il mio diario alla stazione di Marsiglia, nel caos del viaggio di ritorno a Mantova.

Tuttavia, mi accorgo che la mia storia non è “mia”, noto che per parlare di “me” devo parlare delle donne che mi hanno preceduto. Mi rendo conto che la mia voce canta una storia le cui note sono già state cantate in passato: un coro polifonico muto di cui sento solo le vibrazioni antiche che mi attraversano silenziosamente. Lo diceva già sant’Agostino, i morti non sonoassenti, ma dei silenti presenti.

Sono il frutto di tre generazioni di donne emigrate. Dove iniziare? Mi chiedo se devo cominciare a scrivere la mia storia dalla radice dell’albero, mia nonna, dal suo tronco, mia madre o dal suo frutto, me stessa. Posso iniziare dal fatto che attualmente vivo in Italia, ma che la mia bisnonna materna, Luisa, è nata in Argentina. Sua figlia, mia nonna Rogelia, è invece nata in Galizia, in Spagna. Mia madre María Elvia è nata a Bogotá, in Colombia, dove sono nata anche io. Vengo da un albero mobile che ha esteso i suoi rami nei luoghi più remoti del mondo per esistere, per poter emanciparsi. Potrei anche iniziare nel lontano novembre del 1988, quando mia nonna materna, Rogelia, morì di trombosi polmonare in un piccolo ospedale di paese chiamato “Mesa”, nella catena montuosa orientale della Colombia. Mia madre, commossa dalla morte di mia nonna, vomita e ha frequenti nausee. “Non immaginavo che la morte avrebbe colpito così duramente” mi ha detto. In realtà la sua nausea e il vomito non furono causati solo dalla morte di mia nonna, ma dalle due settimane di gravidanza in cui io, piccolo seme, mi stavo formando. Così sono stata concepita: tra il dolore di una madre che lascia questo mondo e la speranza di una nuova vita. Ho dovuto aspettare quasi 30 anni affinché, in questo viaggio in Andalusia, María, la donna indigena che mi ha accompagnato nel mio processo di guarigione, mi rivelasse che secondo il calendario Maya io sono un “seme”, cioè il germe che porta una nuova vita dentro il buio della terra. Non so se sia un caso che i miei genitori mi chiamassero Alba. Forse perché mi trovo nel transito perenne tra il giorno e la notte, tra il buio e il luminoso tra la vita e la morte.