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Autore

Alba Marina Ospina Dominguez

Tempo di lettura

8 minuti

Ithaca

Leggi il mio diario
Stazione di Jimena de la Frontera (Cadice)
Da quando ero arrivata in queste terre, provavo uno strano senso di appartenenza, di unione, di connessione con tutto ciò che mi circonda.

Dopo anni passati ad ascoltare e testimoniare le ferite e la forza delle storie di vita dei rifugiati, ho iniziato inaspettatamente a sentire le ferite e la forza transgenerazionale che esistono nella storia della mia famiglia.

Tutto è iniziato nell’Alcazar di Siviglia, il 24 febbraio, il secondo giorno del viaggio, mi sono seduta nei giardini dei Re moreschi, sotto un arancio. L’aroma dell’albero, il clima mite e una brezza sporadica mi hanno portato a scrivere una poesia alla nonna Rogelia, cosa che non mi era mai capitata prima. Da quando ero arrivata in queste terre, provavo uno strano senso di appartenenza, di unione, di connessione con tutto ciò che mi circonda.

Le persone mi trattavano come se fossi del posto: preti, librai, dottori, idraulici, rifugiati, storici, cantanti e camerieri. Tutte queste persone che ho incontrato sulla mia strada mi hanno trattato come una sorella.

Il viaggio è iniziato a Siviglia e si sarebbe concluso a Fez. Per arrivare in Marocco avrei dovuto prendere un traghetto ad Algeciras. È così che ricordavo che mia madre, molti anni fa, mi aveva detto che mio nonno era stato in un campo di concentramento nel nord del Marocco. Poi ho guardato su internet se c’erano monumenti o luoghi della memoria. Ovviamente in Spagna, Paese che non è venuto a patti con il suo passato franchista, non c’è stato alcun tipo di atto commemorativo. Dopo una ricerca ho trovato La Casa de la Memoria a Jimena de La Frontera, un centro storico di ricerca per le vittime del franchismo. Ho inviato un’e-mail all’associazione per avere ulteriori informazioni. È stata una piacevole sorpresa trovare che non solo mi avessero risposto, ma che volessero incontrarmi ed ospitarmi.

L’otto marzo sono arrivata a Jimena de la Frontera. Mi stavano aspettando alla Casa della Memoria, ma per qualche motivo non potevo entrare. Ero avvolta nel mantello della malinconia e la tristezza stava pettinando le mie giovani tempie. E ho aspettato. Ho aspettato

all’ombra di un ulivo fino a quando ho trovato la forza di entrarci.

Ho visitato questa meravigliosa città, Jimena de la Frontera, paese di case bianche, di arance, di limoni e di querce da sughero; circondata da fertili montagne e protetta dall’antica gloria di un castello.

Alla fine sono entrata in casa e ho trovato Andrés, la persona che mi aveva dato il contatto per venire qui. Quando ci siamo trovati, lui ha evitato il mio saluto formale, che voleva stringere la mano, e mi ha abbracciato.

Mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: “Benvenuta Alba, questa è la tua casa! Il fatto che tu ci abbia scritto dà un senso all’enorme lavoro della memoria storica che stiamo facendo”.

Mi hanno dato le chiavi della “Casa Verde” e mi hanno lasciato dormire lì, per fare il mio processo di memoria.

In questa vecchia casa bianca, la bandiera repubblicana vola alta.

 

ci siamo rese conto insieme che volevamo parlare con i nostri antenati.

Pochissime persone in Andalusia conoscono l’esistenza di questo campo di concentramento e solo fino ad ora viene riconosciuto. Sono stata felice di trovare le voci della Spagna di cui sono orgogliosa: la Spagna critica con il suo passato imperiale e che sta combattendo e ha combattuto per i diritti umani e per gli ideali della Repubblica. Frasi come “Dobbiamo essere vigili e non perdere la battaglia della memoria” sono emerse dal pubblico: “La nostra memoria coincide con la verità storica”; “il fascismo non ha storici, hanno pubblicisti”, “Scrivere e leggere sono atti di resistenza”. Mi sono sentita a casa.

Ho detto ad Andrés che non solo volevo fare una memoria storica, di ciò che mio padre chiama di cervello “sinistro”, d’archivio, ma volevo anche fare una memoria del cervello “destro”, di spirito. È stato allora che Andrés mi ha presentato a sua moglie María, un’indigena guatemalteca che vive in Andalusia da 20 anni. Maria ha vissuto un forte processo di sradicamento, causato dalla guerra in Guatemala e dal suo rafforzamento femminile come donna migrante in famiglia. María ed io abbiamo parlato molto, e tra detti e fatti, sogni, affinità, luci e un pizzico d’intuizione che va oltre ciò che può essere spiegato dalla ragione, ci siamo rese conto insieme che volevamo parlare con i nostri antenati.

Nonno, stiamo bene, il tuo dolore non è stato vano, lavoro per dare alla luce persone come te, per aiutarle a rinascere dopo aver visto la morte.

Il giorno dopo ci siamo incontrate al fiume. Lì parlando di ferite, di lotte ma anche di forza, energia e risorse, Maria mi ha mostrato il suo sacro luogo di meditazione e io le ho mostrato il mio (la foto con le candele del Lago di Mantova!). Da una parte, María mi ha spiegato che oggi era il giorno della famiglia nel calendario Maya. Mi ha parlato dell’importanza di tornare in contatto con l’albero della vita e con quei rami, i nostri antenati, che ci hanno permesso di essere vivi fino ad ora. D’altra parte, le ho parlato dell’equilibrio tra ferite mortali e risorse solari per rimanere in vita. Le ho parlato dell’importanza dell’equilibrio tra i poli negativo e positivo. Le ho detto che le ferite non “guariscono” mai, che coprirle ti fa star meglio e che dobbiamo guardare in noi stessi e negli altri, gli spazi della vita che compensano l’inesorabile passaggio della morte.

 

Tra noi due abbiamo fatto un rituale meraviglioso. Ci siamo connesse con i 4 punti cardinali, con l’acqua, il vento, la terra e le montagne e, infine, con i nostri antenati. Ci siamo tenute per mano, abbiamo acceso le candele e ci siamo unite. E ancora, è emersa la forza della nonna Rogelia, e grazie a lei, invocando la forza femminile delle nostre antenate, ho trovato la forza di parlare con il nonno e gli ho detto...

“Ci sono molti infortuni in casa. Ma c’è una ferita, una ferita forte, che ha avuto origine qui, una ferita che grida ancora nell’angoscia di mia madre, nei pensieri che si riavvolgono nelle nostre menti, in me, in mia sorella, ma soprattutto in mio fratello. Ecco perché sono venuta in questo luogo, per trovare le tracce della storia, per dirti che dalla profondità di quella ferita la vita è stata cementata. Nonno, stiamo bene, il tuo esilio non è stato vano, ci ha dato le ali per viaggiare e ci ha aperto le porte del mondo. Nonno, stiamo bene, il tuo dolore non è stato vano, lavoro per dare alla luce persone come te, per aiutarle a rinascere dopo aver visto la morte.

Nonno, stiamo bene, la tua ferita non è stata vana, la fortuna finora ci ha sempre accompagnato. Nonostante viviamo in un Paese in guerra, le ombre non ci hanno raggiunto.

Nonno, grazie, grazie per non esserti arreso, sebbene la tua esistenza sia stata amara, tua nipote ti ringrazia dall’anima per aver resistito.

Grazie a te nonna, che non ho incontrato, nella tua luce e nella tua forza di donna che ci ha sostenuto.

Successivamente, María ha parlato a suo nonno e piangeva. In quel momento ci siamo abbracciate e la luce della candela si è spenta. Il rituale era finito.