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Autore

Dora Klein

Anno

1983 -1989

Luogo

Polonia

Tempo di lettura

5 minuti e 30 secondi

1936-1945 vita di una donna ebrea in Italia

Per me personalmente trattavasi, ironia della sorte, del "ritorno in Patria", non proprio esaltante, date le circostanze.

Al termine del percorso da Fossoli verso l'ignoto, durato circa cinque interminabili giorni, ecco, con un improvviso scossone, il convoglio si ferma. Tralascio qui con ferma determinazione di inoltrarmi nella minuziosa descrizione di quel disastroso viaggio, rievocato da altri in molteplici testimonianze scritte ed orali. Mi riservo invece di offrire in seguito un'immagine di maggior rilievo di un altro trasporto di prigionieri, più terrificante del precedente, di cui non mi risulta esistano molte documentazioni: quello da Auschwitz a Belsen. Qualcuno dunque dispranga dal di fuori il vagone, e noi tra spinte, menar di bastoni e urla: "schnell, schnell" saltiamo a terra. Ci troviamo ancora in qualche ignoto luogo del nostro continente o é solo un incubo lunare? Invece tutto è reale, concreto, e quanto coerente nella sua demenzialità! Tra poco sapremo di essere sbarcati in uno dei più tristemente noti campi di sterminio nazisti, situato presso una piccola città dell'Alta Slesia (Polonia), Oswiecim, meglio noto come Auschwitz. Qui sul terreno paludoso, flagellato dalla malaria, iniziarono nell'anno 1939 le deportazioni degli oppositori del regime nazista e di milioni di ebrei àa diversi Paesi d'Europa. Per me personalmente trattavasi, ironia della sorte, del "ritorno in Patria", non proprio esaltante, date le circostanze. Secondo l'uso vigente in tutti i lager nazisti, dopo la separazione dagli uomini ci siamo trovate in fila per cinque – sempre e in tutte le future circostanze - in fila per cinque. Il primo pensiero che mi balenò in mente, ripetuto poi una infinità di volte fu : "che fortuna trovarmi sola, senza alcun familiare in questa angosciosa, incredibile situazione."

 

 

"Ci sono dottoresse tra di voi?" Mi ci volle una buona dose di coraggio per uscire dalle file e portarmi davanti a lui.

Quindi conoscemmo quel dottor Mengele, il famigerato sadico per antonomasia. Egli eseguì la prima cernita tra noi, e, a seconda dell’età, dell'aspetto complessivo, di essere o meno accompagnate dai figli, una parte delle donne potè proseguire la marcia verso l'interno del campo. Le altre, la maggioranza, su un apposito furgone affrontarono subito il loro destino di morte. Noi ovviamente non sospettavamo neppure che l'uomo stave eseguendo la più esecrabile e malvagia delle azioni: la selezione tra la vita e la morte di esseri umani. A prima vista Joseph Mengele non ci sembrò affatto quell mostro disumano che in realtà era; non corrispondeva neppure all'esemplare germanico biondo e nibelungico: egli era di media statura, capelli e piccoli baffi castani, un uomo qualsiasi e neppure d'aspetto sgradevole. Improvvisamente, in mezzo ad un silenzio angoscioso si udì una sua domanda: "Ci sono dottoresse tra di voi?" Mi ci volle una buona dose di coraggio per uscire dalle file e portarmi davanti a lui. Mengele mi degnò di un'occhiata carica di disprezzo e di malevolenza. Mi rivedo ancora come devo essergli sembrata in quel momento: piccola di statura, terrorizzata dall'impatto con la realtà che mi circondava, alquanto sporca dopo i giorni passati nel chiuso dei vagoni merce.  Indossavo ancora la consunta giacca e gonna nera, diventate nel frattempo di un indefinito colore grigio-polvere. A tale poco dignitoso aspetto dei nuovi arrivati egli era certamente aduso; ciò che forse gli sfuggiva è che fossi completamente invasa da pidocchi: alla testa e al corpo. Ad ogni modo Mengele non battè ciglio, ma dal seguito degli accadimenti posso dedurre che egli prese atto della mia affermazione. Fui messa in disparte ed aggregata alle altre solo a selezione già avvenuta. E così l'uomo che passerà alla storia come l'incarnazione   del Male si frappose, per fini che capirò solo in seguito, tra me e ciò che forse altrimenti mi sarebbe potuto accadere. Varcai dunque insieme con le altre il cancello di Auschwitz-Birkenau ed ebbi modo di leggere la massima: "Arbeit macht frei" (il lavoro rende liberi).  

Foto di Luigi Burroni dal manoscritto originale di Dora Klein
Ma non è ancora finita, perchè ad altre prigioniere spettava il compito di regolarizzare la nostra capigliatura.

Per noi, destinate a lavori forzati, questa scritta suonava come una beffa che avremmo voluto sostituire con citazione più veritiera: "lasciate ogni speranza, voi ch'entrate". All'ingresso del campo ci attendeva la rituale procedura di spersonalizzazione esterna ed interiore. Depositarnmo le valigie, ci spogliammo e poi, via, tutte insieme sotto le docce! Il Wasch-Raum  era freddo attraverso le  fessure delle lastre filtrava l'aria ancor gelida dell'aprile polacco, che noi probabilmente non avvertivamo neppure. In seguito, sempre di corsa, in un altro locale, ove ci attende la rasatura del pube e delle ascelle, un procedimento certamente molto traumatico. Ma non è ancora finita, perchè ad altre prigioniere spettava il compito di regolarizzare la nostra capigliatura. In questo ambito vigeva un arbitrio assoluto, e gli ordini che venivano da non si sa dove non seguivano alcun filo logico ma erano improntati ad un sadismo gratuito.