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Autore

Sergio Lenci

Anno

1982 -1987

Luogo

Napoli

Tempo di lettura

12 minuti

Colpo alla nuca. Memorie di un sopravvissuto.

Al principio i terroristi attaccavano le riforme che cercavano di migliorare le condizioni carcerarie. Quando il piano eversivo è fallito e i terroristi sono diventati detenuti, essi e i loro spalleggiatori esterni sono diventati i campioni della riforma.

Degli incontri e degli scambi epistolari che ho avuto con i terroristi quello che mi ha più colpito è senza dubbio quello con Giulia Borelli. Giulia Borelli è la donna che ha fatto parte del gruppo dei quattro che è penetrato nel mio studio per uccidermi. È anche un membro del Comando nazionale di Prima linea. Quindi è una persona che dovrebbe sapere. Non una gregaria insofferente dei comandi, ma una comandante. Con lei nel 1986 ho avuto uno scambio di lettere, sempre introdotto da padre Bachelet. Trascrivo le lettere (vedi cap. IX), perché mi sembrano documenti importanti, al di là delle nostre due persone, per conoscere il nostro tempo rispecchiato in questo microavvenimento. Trascrivo anche le mie risposte. Dopo lunga preparazione, la mia visita al carcere di Bergamo (dove appunto era detenuta la Borelli) fu fissata per l’8 novembre (1986). Partimmo in treno da Roma, padre Bachelet e io, alla volta di Milano. Da lì avremmo proseguito in auto per Bergamo. Un viaggio piacevole in una bella e fredda giornata di fine autunno. Lettura e conversazione durante il viaggio. Viaggiare in treno mi è sempre piaciuto molto perché, oltre ad essere ormai molto confortevole per lo standard di rifiniture delle vetture e per la tecnologia avanzata del trasporto su rotaia, che riduce di molto il rumore e i sobbalzi, rappresenta una pausa per riflettere e inseguire ricordi e sensazioni facilmente evocati dal paesaggio in continuo movimento. Il paesaggio è sempre bellissimo, anche se non sempre armonico, perché svolge il tema della vita e dello spazio in una continuità di cose diverse che diventano una melodia. In quel viaggio pensai molto all’incontro che stavo per avere. Ricordavo vividamente la piccola ragazza, resa grassottella dal giubbotto antiproiettile che indossava sotto il vestito, con un cappello di maglia calato sugli occhi che, peraltro, spuntavano fuori neri, grandi e vivi. La presenza di una donna tra i miei assalitori aveva reso l’aggressione ancora più allucinante. Una donna, anche se non la conosci e non l’hai mai vista, nel momento che ti manifesta un rifiuto cosi totale da volerti uccidere ti ferisce due volte rispetto all’uomo. In fondo la donna – sia essa madre, moglie, amante – per un uomo è sempre oggetto di dialogo, di scambio, di potenziale desiderio di integrazione. E anche quando, come normalmente avviene, non c’è alcun rapporto di questo tipo, rimane il rapporto ipotetico, potenziale che interferisce nel migliorare i reciproci comportamenti anche nel più effimero contatto, per quanto insignificante e casuale possa essere. Una donna che ti voglia uccidere per una ragione personale conosciuta da entrambi può dispiacere, ma la ragione stessa è la storia del rapporto e quindi, entro certi limiti, giustifica, placa. Una sconosciuta che ti vuole uccidere non si sa perché e senza nemmeno rivolgerti la parola, nell’inconscio della vittima, per lo meno nel mio, offende l’uomo più di quanto non facciano gli altri aggressori maschi. Dai maschi te l’aspetti, in un certo senso, e sei più pronto a introitare anche l’incomprensibile. A una donna sembra sempre possibile spiegare. La donna (forse nei miei desideri soltanto) è più umana. Io volevo sentire qualche ragione dalla voce della Borelli, e poi volevo che mi dicesse ciò che sapeva o che mi dimostrasse di sapere poco o di non sapere. Volevo, insomma, essere convinto. Arrivammo a Bergamo verso le tre del pomeriggio. Il carcere di Bergamo, come edificio, è relativamente recente. Credo abbia una decina di anni. È situato proprio all’ingresso della città, provenendo da Milano, in una cintura periferica rada e anonima. Il complesso edilizio è bruttissimo, caratterizzato dalla disattenta sciatteria e mancanza di idee e di intenzioni con le quali si sviluppa tanta edilizia pubblica in Italia, nella latitanza del committente (in questo caso i due ministeri della giustizia e dei lavori pubblici). Un carcere che ospita persone per anni, con tutti i loro dolorosi fardelli, meriterebbe un’edilizia attenta. Si era cercato di avviare un discorso qualificante con le passate amministrazioni (politiche, i ministri, esecutive, i direttori generali). Oggi tutto è cambiato. Gli anni di piombo hanno travolto tutto. Al principio i terroristi attaccavano le riforme che cercavano di migliorare le condizioni carcerarie. Quando il piano eversivo è fallito e i terroristi sono diventati detenuti, essi e i loro spalleggiatori esterni sono diventati i campioni della riforma. Anche il novantaquattrenne architetto Michelucci si è accorto che esistono le carceri e disegna adesso un giardino per quelle di Sollicciano (nei novantaquattro anni precedenti, dei quali per lo meno sessantaquattro spesi nella professione, il problema del carcerario non lo aveva interessato). Mentre tutti parlano, ripetendo suggerimenti già detti e pubblicati da molti negli ultimi venticinque anni, nessuno si accorge che l’edilizia penitenziaria ha imboccato una strada opposta a quella dei miglioramenti: esattamente la strada che sarebbe piaciuta ai terroristi militanti nella loro prima stagione. Ma questo avviene non certo per volontà eversiva o per disegno repressivo. Solamente per economia di sorveglianza e per gestire in modo conveniente (per imprese, amministrazioni e partiti) le migliaia di miliardi che lo Stato eroga. Veniamo introdotti in una sala d’aspetto e di lì condotti nel soggiorno dell’alloggio delle suore guardiane della sezione femminile del carcere. Una stanza da pranzo di una famiglia: il tavolo al centro circondato da sei sedie. Una madia e un televisore sulla parete di fronte alla finestra, un divanetto sulla parete perpendicolare alla finestra. Quadretti a soggetto sacro e paesaggi, ai muri, una tenda danno all’ambiente un senso di modesta casa borghese che non ha di carcerario altro che ciò che si vede dalla finestra.

Le chiesi sui tempi, luoghi e persone dei momenti decisionali. Sulle fonti delle informazioni delle notizie su di me, dalla mia identificazione alla conoscenza che i quattro dimostrarono della disposizione interna dei locali del mio studio. Non ebbi risposte chiare.

Attendiamo qualche minuto e Giulia Borelli arriva: una ragazza piccolina e magra, pallida, con capelli neri e occhi neri e lucidi. La riconosco subito. Noto che quando la vidi nell’intervista di Biagi alla televisione aveva i capelli biondi e perciò avevo stentato a riconoscerla. Ora con i capelli suoi naturali (o come erano il giorno che mi venne a «visitare») la riconosco subito. Noto che la sua bocca mi era rimasta impressa per quel modo tirato di muoversi mentre parla. Una caratteristica comune alla parlata milanese, al comportamento un po’ duro, un po’ aggressivo, lievemente insolente di molti milanesi. Forse una difesa aggressiva in una società severa. Anche il giorno dell’attentato lo notai e notai la differenza con la parlata romana del Mutti ed emiliana del Bignami. Adesso Giulia Borelli era un po’ impacciata, timida. Contenta di vedere padre Bachelet, del quale si fidava, ansiosa di dimostrare a lui e a me la messa in pratica dei suoi buoni propositi. Cominciò con il ringraziarmi della visita e con l’esprimermi i suoi sentimenti odierni, dopo tutte le esperienze degli ultimi anni, dalla detenzione ai processi, alla maternità, alla evoluzione personale sia nel senso religioso che sociale, e dovuta ai contatti avuti con religiosi nelle carceri e anche alla evoluzione collettiva dei gruppi di detenuti dissociati, della cosiddetta «area omogenea» alla quale appartiene. Mi parlò del rimorso per il dolore inferto a superstiti e parenti delle vittime, della confusione mentale nella quale oggi le sembra che allora vivessero i terroristi. A mia volta, parlai prima di tutto del problema dell’edilizia penitenziaria. Le raccontai la storia del mio avvicinamento a questo settore (ciò che narro in questo libro), della diversità di condizione, sia edilizia che della popolazione penitenziaria, tra il 1952 e oggi. Nella conversazione venne fuori che Giulia mi attribuiva il progetto del carcere femminile di Roma Rebibbia (me lo disse quasi per farmi un complimento, facendomi giustizia del fatto che, per sua esperienza, nel carcere femminile di Rebibbia si sta bene). Le feci notare che quel progetto non è mio. Quella parte del grande complesso di Rebibbia fu progettata e costruita prima della guerra, negli anni tra il 1939-40 (completato dopo la guerra) ed era parte del primitivo progetto di epoca mussoliniana che prevedeva la grande città carceraria con più di 6.000 detenuti di tutte le specie. Programma che fu abbandonato dopo la guerra e che fu ridotto proprio con il progetto del nuovo carcere maschile, quello sì, dovuto a me. Giulia restò interdetta. Io incalzai e le dissi che altri terroristi avevano giustificato la mia condanna a morte attribuendomi la progettazione del carcere di Palmi, anche quella non mia. Cercai di farle notare l’incongruità tra tanta disinformazione e l’esecuzione di una condanna a morte nemmeno motivata con chiarezza, non dico per il condannato, che pure ne avrebbe diritto, ma per i giudici stessi. Le chiesi sui tempi, luoghi e persone dei momenti decisionali. Sulle fonti delle informazioni delle notizie su di me, dalla mia identificazione alla conoscenza che i quattro dimostrarono della disposizione interna dei locali del mio studio. Non ebbi risposte chiare. Giulia mi parlava di un’organizzazione piuttosto approssimativa e confusa, nella quale i problemi della sopravvivenza (mangiare e dormire) sembra assorbissero quasi per intero la mente dei membri della banda. Personalmente non ricorda chi fece il mio nome e perché.

Al momento di congedarci mi strinse la mano e mi disse, con un po’ di commozione: «Le chiedo scusa per quanto le ho fatto». Le risposi che non volevo scuse, ma che le chiedevo una ricostruzione, la più precisa possibile, di tutta la storia, non per me, ma per tutti, per i giovani soprattutto, perché nessuno ricadesse mai più in quelle aberrazioni, per i suoi figli in primo luogo.

Come mi ha scritto dopo quel colloquio, altri le hanno detto che forse fu a causa dei miei scritti precedenti a quello nel libro Prison Architecture che fu trafugato dalla biblioteca della facoltà di architettura dell’università di Roma. Ella, comunque, non li ha letti. Il colloquio durò più di due ore. Fu cordiale. Parlammo anche dei suoi bambini e dei suoi rapporti con loro. Giulia perse l’impaccio iniziale e mi parlò con tono rilassato, anche se dimostrava una continua tensione interna. Al momento di congedarci mi strinse la mano e mi disse, con un po’ di commozione: «Le chiedo scusa per quanto le ho fatto». Le risposi che non volevo scuse, ma che le chiedevo una ricostruzione, la più precisa possibile, di tutta la storia, non per me, ma per tutti, per i giovani soprattutto, perché nessuno ricadesse mai più in quelle aberrazioni, per i suoi figli in primo luogo. Nel salutarla, mentre con la destra le davo la mano, con la sinistra le strinsi un braccio. Mi faceva fortemente pena e quasi tenerezza, perché vedevo una ragazza dissociata, non nel senso giuridico che si da oggi al termine, ma nel senso psichiatrico. Quella ragazza tremava. Il conflitto interiore in lei deve essere fortissimo. Pensai per prima cosa che avrebbe avuto bisogno di un valido supporto psichiatrico, e questo non per qualificarla come malata mentale, ma perché so bene che i conflitti psichici sono presenti in tutti noi e in alcuni influenzano i comportamenti in modi conflittuali abnormi. Tornai a Roma pensando molto a quel colloquio. Non avevo saputo nulla di quello che volevo sapere e non sono per niente convinto che il mio nome sia sorto dal nulla o sia dovuto a una notorietà che non ho. Credo che sia una linea politica, quella dell’ «area omogenea», di lasciare il passato in una nebbia di confusione, perché nulla possa più emergere. Oggi non è più necessario parlare, nemmeno processualmente, perché i provvedimenti di clemenza sono in atto o alle porte e perché le riforme penitenziarie stanno aprendo le porte del carcere quasi a tutti. Mi sembra di aver capito, pure, che Giulia Borelli è schiacciata, da una parte, dai suoi problemi personali e, dall’altra, dalle imposizioni psicologiche dell’«area omogenea» che detta linee di comportamento alle quali sarebbe un eroismo impensabile, forse pericoloso, sottrarsi. Ma forse è più attivo il ricatto morale dei compagni, in nome di quella unità di intenti rivoluzionari che li ha cementati negli anni dell’azione e che si è tramutata in una solidarietà che è impossibile rinnegare oggi. Forse l’oblio totale è l’unica speranza reale per tutti loro, ma non ho dubbi che sia operante una direzione politica dell’«area omogenea», favorita anche dalle infinite facilitazioni che l’amministrazione carceraria sta concedendo oggi: dalla libertà di riunione, alle uscite, visite, andate a teatro nelle macchine blu della regione Piemonte, agli aperitivi nel bar Motta.