Questo sito usa cookie di analytics per raccogliere dati in forma aggregata e cookie di terze parti per migliorare l'esperienza utente.
Leggi l'Informativa Privacy completa.

Logo Fondazione Archivio Diaristico Nazionale

Autore

Severina Rossi

Anno

1988 -1989

Luogo

Cremona/provincia

Tempo di lettura

6 minuti

Io cantastorie: libertà vo' cercando

La mia insegnante, alla fine delle elementari, disse ai miei familiari che era un delitto non farmi studiare, però, aggiunse, non potevo accedere a concorsi perché non ero una “Piccola Italiana”, cioè non ero iscritta al partito Nazionale Fascista.

L’analfabetismo era molto diffuso. Una donna anziana che viveva sola, mi chiamava una volta la settimana a casa sua, per scrivere una lettera a suo figlio in carcere per due motivi: aveva rubato una bicicletta perché finalmente aveva trovato lavoro fuori Soresina, ma accortosi che non aveva il bollo, tentò di toglierlo da un’altra bicicletta e nell’operazione venne scoperto, così pagava il suo conto con la giustizia per un furto e per un tentato furto.
Il bollo era in alluminio e costava dieci lire, che a quei tempi costituiva una giornata e mezza di lavoro. Io avevo fatto una promessa ed ero felice di custodire il segreto di quella minuscola donna che confortava il figlio mandandogli qualche lira. In vece sua doveva anche provvedere a pagargli la tassa sul celibato, che veniva imposta a tutti i celibi dai ventun anni in poi, disoccupati e no. Sapevo cos’era per lei il denaro. Faceva un po’ di ore di servizio presso una famiglia ricca, da dove di nascosto portava a casa la carta del burro e della salsa di pomodoro, che sciacquava nella pentola in sostituzione del condimento per la minestra. Nel salutarmi diceva: “Dio ti benedica bambina”.
Quella bambina, vivace, irrequieta, ma attenta agli avvenimenti, voleva studiare e il pensiero diventava malattia. La mia insegnante, alla fine delle elementari, disse ai miei familiari che era un delitto non farmi studiare, però, aggiunse, non potevo accedere a concorsi perché non ero una “Piccola Italiana”, cioè non ero iscritta al partito Nazionale Fascista. Già un’altra volta, su richiesta della mia maestra, partecipai a un concorso che mi fu negato per lo stesso motivo.
Di fronte a questa impossibilità, i miei pensarono di farmi fare la sartina perché “quello era un mestiere”. Avevo undici anni. Alle sedici in punto, la sarta dove lavoravo mi concedeva un po’ di ricreazione per la merenda e io trovavo sul terrapieno esterno alla casa, tre amichette, alle volte cinque, che con costanza mi attendevano per la spiegazione o la correzione dei compiti. La strada era diventata un punto d’incontro per ripetizione scolastica per chi ne sapeva meno di me. Una volta, quelle amichette dei Cappuccini, mi commossero regalandomi a fine anno scolastico, un salvadanaio comprato con i loro piccoli risparmi. Sul frontespizio a bei colori era dipinta la figura di Fortunello, personaggio allora in voga sui giornalini per bambini, ed era accompagnato da un foglietto manoscritto che diceva: “Con tanti auguri perché tu possa studiare”.

 

[...]

I giovani dai diciassette anni in poi, volenti o nolenti, dovevano recarsi tutti i sabati pomeriggio, chiamati sabati fascisti, alle adunate di preparazione militare. A chi mancava arrivava un biglietto rosa di cui tutti sapevano di cosa si trattava e nessuno leggeva, ma ne temevano le conseguenza.

Intanto il fascismo imperante si faceva più arrogante. Mentre le statistiche di allora dicevano che un cittadino si comprava un paio di scarpe e un abito ogni cinque anni, sui muri delle case incominciarono a comparire scritte a grandi caratteri che dicevano: “Credere, obbedire, combattere”. Fascisti in camici nera che marciavano per le strade cantando “Giovinezza, giovinezza primavera di bellezza”, sventolando bandiere raffiguranti teschi neri e tibie incrociate nonché la scritta “Menefrego”! Parte della gente al loro passare, ritirava i bambini e si rifugiava in casa svelta svelta.
Anche a scuola si cantavano inni fascisti oppure patriottici e non c’era scuola d’Italia che riuscisse a scansare “Giovinezza, giovinezza” Venne pure introdotta la preghiera per il duce e per il re.
I giovani dai diciassette anni in poi, volenti o nolenti, dovevano recarsi tutti i sabati pomeriggio, chiamati sabati fascisti, alle adunate di preparazione militare. A chi mancava arrivava un biglietto rosa di cui tutti sapevano di cosa si trattava e nessuno leggeva, ma ne temevano le conseguenza. Si recavano alla “Torre Littoria” e imparavano a smontare e rimontare il moschetto, facevano ginnastica e dovevano marciare come desiderava il duce. “Petto in fuori e pancia in dentro”, gridava il maestro, un fascista zelante come un generale e volavano certi pugni sotto il mento, a chi non teneva la testa alta, difficili da dimenticare.
Veniva loro consegnato un libretto: “Libro e moschetto” che doveva contribuire a formare un perfetto fascista. Questo servizio imposto alla cittadinanza era il primo in graduatoria e sembrava che nient’aòtro fosse così importante.
Molto giovani cresciuti all’ombra del moschetto avevano inculcato nella mente la militanza fascista, ma la maggior parte, durante le trasmissioni radiofoniche dei discorsi del duce e durante le adunate, non osannava se non era controllare e incitata dai capi manipoli che ne chiedevano spiegazioni.
Mia cugina Ida Barbieri, entrata giovanissima alla “Latteria Soresinese”, per il quieto vivere dovette accettare l’iscrizione alla gioventù fascista: le “Giovani Italiane”. Ricevette una divisa tutta nuova e le dissero che aveva il dovere di partecipare alle adunate e, per una volta che fu assente, si trovò la multa da pagare sulla busta paga.
Alcuni giovani che non erano mai stati imparentati con il fascismo, partirono volontari per la guerra di Spagna. Si trattava di giovani appartenenti a famiglie che vivevano disoccupazione e miseria. Questo tipo di volontariato dava loro l’unica possibilità di guadagnare per sé e per la famiglia. Era una decisione lungamente sofferta, ma una delle poche occasioni per guadagnare un po’ di denaro. Vestiti da fascista con una divisa nuova fiammante, finalmente potevano fare un viaggio in terra straniera, così lontano che io non riuscivo a immaginare.
La maggior parte di essi se ne tornò ferita nel fisico e nell’orgoglio. Il popolo non odiò questi giovani, ma nessuno se la sentì di festeggiarli, perché il loro compito in Spagna, fu quello di combattere per soffocare la rivolta sociale di altrettanti fratelli lungamente sfruttati.
Io lavoravo tutte le ore possibili per aiutare la famiglia della mia sarta sfortunata, senza prendere una lira, in più rifiutavo le mance dei clienti con una grande incoscienza nei riguardi dei miei familiari.