Autore
Jean Paul HabimanaAnno
2015 -2015Luogo
RwandaTempo di lettura
7 minuti[...] Mi chiamo Jean Paul Habimana
Dopo aver vissuto un genocidio non si può più essere come prima; te lo porti dentro per il resto della vita. Quell'orrore ti segna, ti caratterizza, ti distingue e ti identifica. Ogni Ruandese sia carnefice o sopravvissuto ha cercato e trovato un modo per uscire dal ricordo di quel periodo infernale. I genocidari non hanno come vittime solamente le persone che hanno ucciso o che avrebbero voluto uccidere, ma anche i loro cari e, soprattutto i loro figli che soffrono perché vengono riconosciuti come figli di assassini. Chi commette un genocidio non solo distrugge gli altri ma anche la sua progenie: i loro figli non riescono ad accettare la responsabilità famigliare di atti così turpi e disumani e spesso, si vergognano al punto di negare l'evidenza storica. Quei sette anni di seminario sono stati utili sotto molti aspetti ma desidero evidenziare che soprattutto mi hanno aiutato a superare il problema Hutu Tutsi ancora vivo nei cuori di molti perché, comprensibilmente, molte ferite sono ancora aperte. 
 
Il genocidio ha distrutto la società ruandese nel suo più profondo; dalle grandi cose alle più semplici ma vitali. Basta pensare al modo di salutare, azione ripetuta ogni giorno milioni, forse miliardi di volte in ogni parte del mondo. Nella cultura ruandese, abbiamo diverse forme di saluto, ognuno dei quali ha significati diversi e diverse valenze semantiche. Ad esempio: 
1. "Muraho?" (dal verbo Kubaho = Vivere), "Siete vivi?" 
2. "Murakoma?" letteralmente "avete il fuoco acceso?" Il fuoco è simbolo di vita nella cultura ruandese, perciò chi moriva senza lasciare figli, veniva seppellito con un pezzo di carbone spento, per indicare che non aveva lasciato alcuna discendenza, cioè, non lascia nessuna vita "accesa" sulla terra. 
Dopo il genocidio era diventato molto difficile salutare con "Muraho" ("Siete vivi?") perché si rischiava di ferire chi aveva dei familiari morti ammazzati. Anche "Murakoma" ("avete il fuoco acceso") era diventato anche difficile da usare, sebbene si trattasse di un linguaggio figurato. Tuttavia, dal momento che alcune persone furono bruciate vive insieme alle loro cose, il fuoco, all'interno della storia del genocidio aveva assunto ben altro significato. Per cui salutare una persona con la parola fuoco, era quantomeno indelicato. 
3. "Amashyo", plurale di "Ubushyo" che significa “una mandria di mucche". Quando una persona grande salutava una persona più giovane, poteva anche servirsi dell'espressione: "Amashyo", cioè "Ti auguro di avere tante mandrie di mucche", alla quale si rispondeva col nome di un tipo di lancia: "amashongore" che lasciava sottintendere che le mucche vanno custodire da qualcuno bene armato per proteggerle dai ladri o dai male intenzionati. Da noi, la mucca è simbolo di ricchezza e il suo latte, oltre a nutrire detiene un valore cultuale molto vivo, presente in diversi riti tradizionali, come ad esempio, il matrimonio. 
Dopo il genocidio era difficile salutare utilizzando la parola "mucca" in quanto le mucche dei Tutsi erano state uccise e mangiate dagli assassini. Allora dire a qualcuno "ti auguro di avere tante mandrie di mucche" poteva fargli ricordare le sue mucche uccise e mangiate durante il genocidio. Non si poteva nemmeno dire "amashongore", indicando un tipo di lancia" in quanto le lance erano state usate per uccidere i Tutsi, per cui nominare qualcosa che avesse a che fare con le lance era assolutamente da evitare. Dal genocidio in poi, la parola “icumu”, lancia in senso generico, viene utilizzata sempre con cautela anche in un contesto che non necessariamente riporta al genocidio. Altrettanto per la parola "umupanga", machete. Spesso, nel matrimonio tradizionale zappa e machete, facevano parte della dote; oggi il machete è stato eliminato dalla lista degli oggetti indicati per la dote, in quanto è stato una delle armi più usate durante il genocidio. 
 
4. “Gira umugore", "Ti auguro di avere una moglie". Salutando un ragazzo si poteva digli: "Gira umugore" cioè “ti auguro di avere una" e lui rispondeva "Ndamushimye" cioè “ l'apprezzo!". Se era una ragazza a salutare, il ragazzo gentilmente rispondeva "Ndamukugize", cioè: "scelgo te come moglie". 
 
Prima del genocidio questo saluto era di uso corrente. Dopo diventò quasi impossibile da usare perché le probabilità di rivolgerlo a un giovane che aveva appena perso sua moglie, uccisa dai genocidari, divennero altissime rendendo quel saluto inopportuno, sgradito e fuori luogo, se non addirittura beffardo. 
5. "Gira umugabo", "Ti auguro di avere un marito". Anche qui si pone un problema analogo a quello precedente: dire "Ti auguro di avere un marito" poteva essere rivolto ad una ragazza vedova di marito morto ammazzato. 
6. "Gira abana", cioè "ti auguro di avere figli” si rispondeva: "Hungu na Kobwa" cioè "Maschi 
e femmine". Salutare una signora o un uomo con "ti auguro di avere figli, poteva essere anche in questo caso un'offesa perché i suoi figli erano stati uccisi durante il genocidio. 
L'unico saluto che si usava senza problemi, rimase "Yezu akuzwe!" cioè "Gesù sia lodato!" Ho voluto dedicare queste poche righe alle forme di saluto, per aiutare il lettore a capire come il tessuto sociale ruandese sia stato intaccato così profondamente da portarlo ad una sorta di disgregazione totale distruggendolo profondamente. 
Dopo il genocidio, il mio villaggio era rimasto quasi senza uomini, per cui, nel periodo dei Gacaca, per me era inaccettabile vedere le vedove Tutsi coi loro figli, rapportarsi cordialmente con uomini Hutu che quasi certamente erano al corrente degli abominevoli crimini perpetuati durante il genocidio, visto che anche chi non uccideva andava alle barriere e quindi non poteva non sapere... [...]
 
Ancora oggi, quando torno in Ruanda e vedo gli assassini venire a casa mia, faccio ancora fatica a stringere la loro mano, mentre mia madre, le mie sorelle, i miei fratelli e i miei cugini e cugine li salutano con tranquillità. Per cui, nonostante io personalmente, dopo 25 anni dal genocidio non abbia ancora saputo chi ha ucciso mio padre, dove e come è morto, devo dire che, in linea generale, i processi Gacaca hanno contribuito a promuovere la riconciliazione dando modo ad alcune vittime di apprendere la verità sulla morte dei loro familiari e ai responsabili di confessare i propri crimini, mostrando pentimento e chiedendo perdono di fronte alle loro comunità. È un percorso non facile ma necessario.