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Fuggimmo lasciando il cibo ancora caldo nei piatti. Fu l'ultima volta che vidi mio padre.

Dal mese di aprile fino al mese di luglio, in Ruanda ci fu un genocidio contro i Tutsi. Il 7 aprile, giorno successivo all'abbattimento dell'aereo presidenziale fortunatamente nessuno è venuto a cercarci a casa. Mio padre, faceva il commerciante; quel giorno non andò al lavoro sebbene fossimo nel periodo delle vacanze pasquali. L'8 mattina, il custode del suo negozio venne ad avvisarci che lo avevano bruciato e gli chiese di recarsi sul posto per salvare il salvabile. Rendendosi conto che si trattava di una trappola, mio padre decise di non muoversi e rimanere a casa. Avevamo anche una fattoria con delle mucche; qualche ora dopo venne da noi lo stalliere dicendo che avevano ucciso tutte le mucche. Anche in questo caso mio padre si rifiutò di uscire. Verso le 11, arrivarono alcuni parenti affermando che alcuni Hutu avevano iniziato ad ammazzare i Tutsi. La paura ebbe il sopravvento e a quella notizia mio papà decise di voler vedere di cosa stava succedendo. Uscì tornando dopo un paio d'ore confermandoci quanto avevamo sentito: gli Hutu stavano ammazzando i Tutsi. Era l'ora di pranzo ed eravamo tutti a tavola quando sopraggiunsero in parecchi; anche loro allarmati ci informarono che tutti i Tutsi erano già fuggiti, insistendo affinché li seguissimo: fuggimmo lasciando il cibo ancora caldo nei piatti. Fu l'ultima volta che vidi mio padre. Ci radunammo in un grande piazzale e in pochi minuti ci trovammo stipati tra una moltitudine di persone. Poi, verso le 14,30 si udirono degli spari; non capivamo da dove venissero. Appena ci sembrarono avvicinarsi fuggimmo, correndo a perdifiato senza sapere bene dove eravamo diretti: d'istinto correvamo nella direzione opposta agli spari. Alcuni Hutu non avendo ben capito cosa stava accadendo si misero a correre anche loro, ma ben presto seppero che la "preda" eravamo noi e si tranquillizzarono. 

Cominciava a imbrunire e una decisone andava presa: optammo per la protezione di Shangi, la nostra parrocchia a quasi un'ora e mezzo di marcia.

Nel frattempo esplodevano qua e là granate e ovunque la gente correva alla disperata ricerca di un posto sicuro. Discutevamo. Nel fuggi fuggi generale una voce di donna si impose, riportandoci alla calma e chiedendo di ascoltarla. Spiegò che durante gli scontri del 1959 la parrocchia costituì un ambiente sicuro dove trovare rifugio; "conviene andare tutti là", affermò con sicurezza. Le parole della donna suscitarono forti discussioni: chi sosteneva che era meglio nascondersi nelle vicine piantagioni di tè e chi riteneva più sicura la parrocchia. Cominciava a imbrunire e una decisone andava presa: optammo per la protezione di Shangi, la nostra parrocchia a quasi un'ora e mezzo di marcia.