Autore
Jean Paul HabimanaAnno
2015 -2015Luogo
RwandaTempo di lettura
14 minuti[...] Mi chiamo Jean Paul Habimana
Se è stato difficile scegliere di entrare in Seminario, l'uscirne è stato peggiore: piansi molto e tante volte, consultandomi col padre Spirituale. Ogni volta lui evidenziava l'importanza di non contraddire la mia persona e di cercare di capire ciò che Dio volesse da me partendo proprio da ciò che sento e da ciò che sono. Mi accompagnò durante questa difficile scelta senza mai spingermi a fare qualcosa che fosse contrario alla mia coscienza. Col Rettore invece, fu un po'più complesso perché quando apprese delle mie intenzioni, e mezzo io facevo parte, da più di un anno, dei responsabili del "Gruppo Samuele" composto da liceali tra 14 e 18 anni ai quali, durante il fine settimana, davamo un sostegno per l'anno scolastico, aiutandoli a riflettere e a discernere tra la vocazione per la famiglia e quella di consacrarsi al Signore. Per quanto ne sappia, io ero l'unico Africano ad avere avuto quell'incarico ricoperto fino ad allora da Italiani, prevalentemente provenienti dalla diocesi di Reggio Calabria - Bova. Un incarico di cui sentirsi orgogliosi e onorati anche se di responsabilità. In realtà fu per me un'occasione per approfondire il sacerdozio ministeriale: aiutando loro, aiutavo me stesso a capire che il sacerdozio ministeriale, così come regolamentato oggi, non era fatto per me. Incontrai il Rettore molte volte e, alla fine, lo convinsi che la mia scelta era sincera e leale. Ero libero di andare per la mia strada; tuttavia ero molto combattuto ed ho sofferto per molto tempo. 
 
La riconciliazione tra Hutu e Tutsi era un problema che stava molto a cuore anche al mio vescovo Jean Damascène Bimenyimana. Sempre attento alla questione, non fu casuale la scelta di inviare nel 2004 un gruppetto misto. A Roma rimasero un Hutu e un Tutsi, e lo stesso a Reggio Calabria. Il vescovo non parlò mai di questa scelta ma tutti quanti avevamo ben chiara la sua strategia formativa che effettivamente mi portò ad approfondire proprio il concetto di "diversità”. Dal contesto in cui vivevo, cercai di capire il mio popolo: partendo dalla santissima Trinità, arrivai alla conclusione che la diversità è l'unico modo per vivere la vera unità e che il demonio non ha fatto altro che trasformare la diversità in divisione. Nella Trinità il Padre non è il Figlio e viceversa, il Padre non è lo Spirito Santo e viceversa, il Figlio non è lo Spirito Santo e viceversa, ma tutte le tre persone sono un unico Dio. Nel popolo ruandese vidi una diversità che compone un popolo unico. Sebbene non avessi mai parlato della mia esperienza del genocidio durante i quattro anni di seminario, esso era sempre ben presente nella mia mente. Il genocidio è stato ed è un "perché" rimasto senza risposta fino ad oggi, e nemmeno la meditazione eucaristica non mi fornì alcuna spiegazione sebbene in quei momenti cercassi di trovare una risposta per tutto. Mi domandavo per quale motivo un tale di cui non conosco né il nome né la faccia, uccise mio padre. Sicuramente avrà avuto una motivazione; magari era semplicemente impazzito e avrà pensato: "Adesso mi diverto, ti uccido così scompaiono tutti i Tutsi sulla Terra e così ci saranno solo Hutu!" Avrà pensato così? Non credo. O forse agì in quel modo semplicemente perché era convinto che lui come gli altri Hutu erano stati chiamati a sterminare i Tutsi? E il suo raziocinio, dov'era? E dov'erano la sua personalità e il suo cuore? Insomma, durante l'Adorazione mi chiedevo un sacco di cose e cercavo di trovare risposte appropriate. [...]
Mi diedi un anno di tempo per prendere una decisione: era il 2008. Chiesi due mesi di permesso per rientrare in Ruanda dove trovai una sistemazione nella parrocchia di Nyamasheke; lì vidi che i preti vivevamo in modo simile a quelli italiani. La permanenza a Nyamasheke mi aiutò a prendere la decisione definitiva: "Il celibato è un peso troppo grande per me; fino a quando potrò resistere"? era la mia domanda ricorrente. Tornai dal mio Padre spirituale e lo informai che ero giunto alla conclusione di lasciare il Seminario.
Appena laureato tornai in Ruanda. Prima di lasciare il mio paese non ero riuscito a salutare per bene la mia famiglia e volevo porre rimedio. Incontrai Marie Louise, la ragazza che al liceo rifiutò la mia richiesta d'amore il cui posto nel mio cuore non era mai stato preso da nessun'altra. La storia con Marie Louise, iniziò in quarta superiore: ero in vacanza e una buia sera suo cugino me la presentò; era appena tornata dai campi con sua madre. Come noi, Marie Louise, durante le vacanze aiutava i genitori a fare un po' di tutto. Vidi che era molto bella ma di lei mi colpì particolarmente la voce. L'indomani ci rivedemmo e le proposi di scattarle qualche foto con la mia macchina fotografica che usavo per lavoro; in realtà era una scusa per avere una sua immagine da portare con me. Le vacanze finirono e tornammo ai nostri studi continuando però a scriverci con regolarità.
[...]
Il 2010 fu l'anno decisivo. Tornato in Ruanda ci fu l'incontro che coronò il nostro amore. Eravamo felici. Le spiegai che la mia vita era ancora in fase di consolidamento e non avrei saputo prevedere quando avrei potuto portarla in Italia; ci affidammo alla divina Providenza. Da quel momento ci sentivamo una coppia pronta al matrimonio ma dovevamo informare i parenti. Iniziai io presentandola alla mia famiglia la sera del matrimonio di un mio cugino. Tutti fecero i complimenti per notevole bellezza di Marie Louise ma i guai erano in agguato perché la donna che volevo sposare era una Hutu. Improvvisamente i miei parenti fecero un voltafaccia totale e me ne dissero di tutti i colori. Affermarono che l'Europa mi aveva cambiato ed avevo dimenticato gli orrendi crimini commessi dagli Hutu. Con alcuni litigai pesantemente e non li salutai nemmeno prima di ripartire. Da parte dei familiari di lei invece non ci fu resistenza, solo la madre era preoccupata e disse che se un ragazzo Tutsi venisse a corteggiare un membro della sua famiglia avrebbe il dubbio che la sua intenzione possa essere la vendetta. Il timore di mia suocera e dei parenti mi fece capire che l'amore tra me e Marie Louise non era un sentimento comune bensì straordinario. Più mi ostacolavano, più sentivo che quello era amore vero e che avrei lasciato tutto quanto per lei. Vedevo questo suo essere Hutu alla stregua di ciò che portò mio padre ad essere ucciso; cioè essere Tutsi. 
Nella nostra tradizione, prima di sposarsi, l'uomo si reca dal padrino del battesimo e lo informa dell'intenzione di farsi una famiglia e gli chiede perciò di accompagnarlo fino al matrimonio. Quindi coi membri della mia famiglia abbiamo fatto visita al mio padrino che ci accolse insieme alla sua gente che era già arrivata per festeggiare tutti insieme l'evento secondo la nostra tradizione. Chiacchierammo per un po' fino all'ora del pranzo, preceduto tradizionalmente da una preghiera. Il mio padrino chiese a Paola25 una consacrata all'Ordine delle vergini consacrate conosciute come "abakobwa ba Musenyeri" letteralmente "Le figlie del Vescovo", di pregare per noi e per il cibo. Lei alzò una mano, mi guardò negli occhi e mi disse: "Non sono un'ipocrita e prima di pregare, voglio accertarmi che tu conosca bene la famiglia della donna che vuoi sposare!" Risposi che conosco la mia futura sposa. E lei rispose che la famiglia della mia futura sposa ha ucciso tantissimi Tutsi tra cui i suoi parenti. Le spiegai che ero molto dispiaciuto e che anche se i suoi parenti fossero tra quelli uccisi dalla famiglia della mia futura sposa in ogni caso la mia futura moglie all'epoca del genocidio aveva sette anni e quindi, in qualche modo, anche lei è vittima della nostra storia. Aggiunsi di sapere che tra la famiglia della mia sposa c'erano alcuni genocidari in quanto, fin dal liceo mi era capitato di vedere lo zio paterno di Marie Louise incarcerato per genocidio. A quel punto, Paola disse: "Ah bene, allora se ne sei al corrente, va tutto bene. Ora possiamo pregare. Auguri!" Tutti si misero a pregare ma io muovevo le labbra mentre con la testa tornavo sulle parole di Paola che mi davano le vertigini. I festeggiamenti continuarono ma io ero presente con il corpo e altrove con la testa. Mi trovavo in piena crisi esistenziale e completamente solo a gestire la mia insicurezza. Mi domandavo cosa sarebbe avvenuto se il matrimonio non avesse funzionato. La sera stessa chiamai Marie Louise e le raccontai tutto ma mi sentii in dovere di comunicarle che questo genere di ostacoli non facevano altro che rafforzare il nostro amore. Anche il giorno del matrimonio, mentre aspettavo gli accompagnatori, una delle mie cugine mi disse: "Jean Paul, sei davvero sicuro di sposare quella Hutu"? la guardai senza risponderle. 
Alcuni membri della mia famiglia cominciarono pian piano a capirmi, sebbene a fatica, cosa che onestamente ho sempre ritenuto comprensibile e con Marie Louise abbiamo affrontato questo problema con la massima consapevolezza. 
Penso che le parole che seguono descrivano meglio di mille discorsi la verità e il pensiero di tutti i Ruandesi. Le cose che uniscono i Tutsi e gli Hutu sono molto di più di quelle che ci separano. Non credo vi sia un Ruandese che in modo o nell'altro non abbia avuto qualcosa che l'abbia fatto sentire tutt'uno con una persona dell'altra etnia; un Tutsi con un Hutu o un Hutu con un Tutsi. Le persone non si uniscono solo celebrando un matrimonio, si uniscono con l'amicizia, con la stima con una sana e intelligente complicità di pensiero, di intenti e di modo di sentire le cose. 
Prima dell'arrivo degli Occidentali in Ruanda, praticavamo il kunywana, patto di sangue tra veri amici. Questo accadeva tra tutti i Ruandesi, sia Hutu sia Tutsi. Se mio padre aveva contratto un patto con tuo padre, anche noi figli ci sentivamo uniti a quell'uomo dallo stesso patto. Ad esempio, quando qualcuno regalava una mucca ad un'altra persona in segno di amicizia, queste due persone diventavano amici e i loro discendenti dovevano sentirsi tutti legati dallo stesso sentimento di amicizia 
Il 2 Agosto 2013 Sposai Marie Louise con la cerimonia tradizionale e il 3 col matrimonio religioso. Nel 2014 nacque Samuel, un Ruandese, con un padre nato e cresciuto Tutsi e una madre nata e cresciuta Hutu. Se fosse nato prima del 1994 Samuel sarebbe stato classificato Tutsi perché, allora, era il padre il portatore dell'etnia. Ma, dopo il genocidio, il governo soppresse la distinzione etnica. Siamo ruandesi e basta. Non ci sono più denominazioni etniche nei documenti di identità. Speriamo che nei tempo tutti i ruandesi arrivino a capire che la diversità, anche se ci fosse, di per sé è un valore e non è un motivo di divisione. 
Ciò che importa è sapersi confrontare senza necessariamente dover sposare una persona che in epoca pre-genocidio, sarebbe stata classificata di etnia diversa. Del resto oggigiorno questa distinzione non avrebbe più senso in quanto mia moglie svolge la professione di infermiera ed io sono docente in un istituto milanese: nessuno di noi due vive da agricoltore come gli Hutu di un tempo, né da allevatore come i Tutsi dell'antico Ruanda.