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Autore

Matilde Cestelli

Anno

Inizio presunto: 1980-1989

Luogo

Roma

Tempo di lettura

10 minuti

Nuvole di ricordi

Ma la mamma, saputo del suo ritorno, la rintracciò e tanto la pregò, tanto le parlò di me e del mio faticoso studio e, sopratutto dei motivi che l'avevano costretta a farmi lasciare la scuola, che Camilla acconsentì a prendermi...sotto le sue ali!

Sembra quasi impossibile! ma la testarda lettura di quelle riviste francesi determinò una diversa svolta alla mia vita. Difatti, la mamma, favorevolmente impressionata dalla mia "indomita'" volontà di studiare, constatando che oramai ero in grado di leggere e tradurre dal francese e dato che, sopratutto, la nostra situazione economica si stava stabilizzando, venne ad un compromesso che, pur salvaguardando le sue necessità domestiche, poteva permettere a me di continuare, sia pure privatamente, gli studi. Proprio in quel periodo era definitivamente ritornata dall'estero un'amica d'infanzia di papà, Camilla Moretti; già bilingue per nascita in quanto sua madre era inglese, laureata in lettere, autorevole e sensibile, aveva scelto - il caso le aveva fatto scegliere - una professione che se andava bene nei romanzetti di Delly, era già diventata anacronistica ai tempi della mia adolescenza: era stata specie di precettore-mentore ad alto livello, di rampolli dei più bei nomi dell'aristocrazia internazionale, rimanendo nella stessa famiglia per anni, accompagnando i suoi allievi dalle scuole medie sino alle soglie dell'università. Dopo una vita di intelligente e ben remunerato lavoro era ritornata in Italia intenzionata a cessare ogni attività e a godersi il meritato riposo. Ma la mamma, saputo del suo ritorno, la rintracciò e tanto la pregò, tanto le parlò di me e del mio faticoso studio e, sopratutto dei motivi che l'avevano costretta a farmi lasciare la scuola, che Camilla acconsentì a prendermi...sotto le sue ali! Allorché iniziai a studiare con lei, i primi tempi rimanevo timida e impacciata; voi, mano mano, presi coraggio e fui addirittura affascinata dalla sua personalità. Il primo scoglio da superare fu il mio francese "casereccio", a cui dette solide basi di grammatica e di sintassi, raddrizzando la mia pronuncia che lasciava molto a desiderare, per passare poi alla letteratura, alla storia, alla filosofia ed alla poesia. lo ero una specie di "carta assorbente" e, col tempo, i suoi insegnamenti divennero vere e proprie lezioni a carattere liceale: molto prima del "metodo globale" adottato tanti anni dopo, Camilla aveva l'abitudine di collegare sempre eventi storici e letterari dei vari paesi europei ed extra europei in modo che io potessi avere sempre una visione d'insieme. Non voleva mai che "corressi troppo", però! Mi diceva sempre: Il faut digérer ce qu'on mange, mon petit.
Per esempio: non mi fece iniziare lo studio dell'inglese sino a che io non fui capace di scrivere correntemente in francese. Di tanto in tanto, "per variare le lezioni", come diceva, invece di rimanere nel suo studio, faceva lunghe passeggiate o ci fermavamo al piccolo chàlet di Piazzale delle Muse e là, sempre parlando in francese, mi diceva quello che aveva letto sui giornali stranieri che i suoi amici le mandavano dall'Inghilterra, dalla Francia e dall'America. In casa mia, la politica era pressocché ignorata: i fratelli erano troppo giovani per occuparsene; l'unica manifestazione "visiva" che ricordavo e che risaliva a tanti anni prima, era quella di mio fratello Enrico intento a rimestare in una pentola un intruglio color celeste: era una sua camicia bianca a cui voleva far cambiare colore per "vestirsi da nazionalista". Come la pensasse papà lo posso dedurre solo da un breve dialogo tra lui e me; (dialogo?...ero una ragazzina...) Sentendo parlare e riparlare di elezioni nel 1924, gli chiesi: "E tu per chi voti, papà?" mi rispose sorridendo: "Per i popolari". Ed io ci rimasi malissimo dato che per me "popolare" era sinonimo di..ordinario, di plebeo! Successivamente in un'epoca che non so precisare, ma, comunque "fascismo imperante", il famoso ingegnere che aveva prelevato lo studio di papà, si rivelò un fanatico pseudo-fascista. Me lo ricordo ancora il giorno in cui si presentò in stivaloni, orbace e mantellone a ruota, la pancia compressa nella fascia nera, solennemente annunziando..: "Vado a fare la guardia alla Mostra della Rivoluzione". E pur non sapendo bene, in quell’epoca, il significato di “Mostra della rivoluzione", siccome mi era antipatico, misi lui e il fascismo nello stesso sacco! Ci volle Camilla per dare una più giustificata e nobile impronta ai miei sentimenti politici! Quando, col suo aiuto, riuscii a leggere i giornali che clandestinamente riceveva, un mondo nuovo e sconosciuto si aprì ai miei occhi.

Si può dire che questo fu l'ultimo, grande regalo che mi fece la mia "maestra". Avevo diciannove anni quando Camilla morì: devo a lei la mia maturazione intellettuale e morale;

Avevo diciotto anni, ormai, ed ero in grado di capire e giudicare: "E' possibile, le chiedevo, criticare chiunque, mettere in discussione l'operato di presidenti e re, di chiamare il "duce" “signor Mussolini"? Solo qualche tempo prima, su "Il popolo d'Italia" era uscito un articolo che portava un titolo a tutta pagina che suonava press'a poco così: IL POPOLO ITALIANO PUO' DORMIRE: IL DUCE VEGLIA..... Espressi le mie perplessità a Camilla che, affrontando con estrema cautela lo spinoso argomento, mi rispose:
- Certo che lo possono, bambina mia...quelli sono popoli liberi... Poi, in una sequela di lunghi e appassionanti colloqui e pazientelente rispondendo alle mie molte domande, mi spiegò cosa fosse il fascismo e cosa fosse la democrazia...
- E' una imperfetta forma di governo, precisava, riferendosi a quest'ultima, con molti difetti e molte carenze, ma, purtroppo, dal tempo dei greci in poi non se ne è scoperta una migliore!
Mentre parlavamo si alzò in piedi e rimase a fissarmi indecisa... io, seduta, la guardavo dal sotto in sù con i miei chiari, innocenti occhi di diciottenne. Dopo una breve esitazione si diresse verso uno degli stipetti del suo studio; sfilò un cassettino e dal di sotto tirò fuori dei fogli.
-Leggi, mi disse, capirai meglio...Contenevano "L'histoire de ma mort" di Lauro de Bosis.
Attese in silenzio che terminassi la lettura, poi, sempre in silenzio, da una pila di giornali accatastati vicino alla sua scrivania ne trasse uno, romano, sulla cui prima pagina, in neretto, spiccava un titolo "UNA CAROGNA": era il resoconto fascista di quel volo senza ritorno...Quando ebbi finito di leggere, con voce accorata mi dette i particolari dell'impresa, fornitigli dai suoi amici d’oltre'Alpe:  l'intellettuale, il poeta De Bosis, che lascia il suo tranquillo posto in una università americana, e che, comperato un piccolo aereo da turismo "pegaso", vola su Roma, per lanciare i volantini che dovevano portare un messaggio di libertà al re e al popolo italiano e che sparisce, poi, verso il mare, abbattuto dagli aerei fascisti.
- Puoi capire meglio, adesso? mi domandò: ed io annuii senza parlare stringendole forte una mano...
Si può dire che questo fu l'ultimo, grande regalo che mi fece la mia "maestra". Avevo diciannove anni quando Camilla morì: devo a lei la mia maturazione intellettuale e morale; devo a lei se sono stata in grado di affrontare cose ed eventi, di giudicare e di discernere. Anche se tutto questo non sbocciò immediatamente, non importa: ella ne aveva piantato i semi che, nel tempo, dettero i loro frutti, quindi non è morta del tutto se a tanti anni di distanza la ricordo con immutata riconoscenza e profondo affetto. Conseguentemente. io fui l'unica convinta antifascista della mia famiglia ! E da quanto ho raccontato, se ne può dedurre che (parafrasando strapazzosamente versi eccelsi):
-Mamma mi fè...rifecemi Camilla !

Poco dopo Camilla, morì anche il nostro inquilino; così, recuperammo per noi tutta la casa; d'altra parte, passato il momento nero, non avevamo più assillanti problemi economici e oramai la mamma aveva trova nei suoi figli l'appoggio di cui sentiva il bisogno.

Cosicché, a causa dell'aggettivo "corporativo" il mio diploma superiore perse ogni valore.

Rimasta sola a guidare me stessa, rendendomi conto che avevo studiato sodo, si, ma che, in pratica, non avevo nessun diploma che comprovasse "giuridicamente'" questo mio studio, decisi di aiutare una mia amica che si stava preparando al diploma magistrale. L'aiutai con impegno, e, mano mano che procedevamo nello studio mi resi conto che, pre/ndendo qualche salutare lezione sulle materie scientifiche, avrei potuto provare a presentarmi agli esami come privatista. Lo pensai e lo feci; lo feci e riuscii, superando tutti gli esami a luglio.
In seguito, seguendo il principio che non si può condannare un sistema se non lo si conosce a fondo, mi iscrissi all’Istituo Superiore di studi Corporativi" conseguendone il diploma. Purtroppo, però, quando iniziai la mia vita di lavoro "amministrativo” essendo caduto il fascismo, quel diploma superiore non mi fu di alcuna utilità. Difatti, come i comunardi, dopo il 1870, distrussero la colonna Vendéme sicuri che, abbattendola, avrebbero cancellato un'epoca, così gli italiani, dopo la caduta del fascismo, si misero a scalpellare furiosamente fasci ed emblemi ed a dichiarare nullo e decaduto tutto ciò che poteva avere attinenza col "passato regime". Cosicché, a causa dell'aggettivo "corporativo" il mio diploma superiore perse ogni valore. Solo nel 1970 quel corso di studi fu riesumato e dichiarato nuovamente valido, diventando l’Istituto superiore di studi del lavoro e della cooperazione Luigi Luzzatti". Troppo tardi per essermi utile; comunque, la procedura è indicativa di un costume: si cambia il nome...e...op là...les jeux sont faits..! Per un mio interesse personale, poi, dopo l'Istituto, mi iscrissi ai corsi del Vicariato, per l'insegnamento di religione nelle scuole medie. Studi severi ed interessantissimi, professori di prim'ordine! materie piuttosto "dure": filosofia, patristica, filosofia teoretica, dogmatica, storia della Chiesa. Quello studio sistematico e chiarificatore mi riuscì estremamente utile e se pure molte cose ne ho dimenticate...pazienza...Come disse un saggio 31 cui non ricordo il nome "la cultura è fatta del poco che si ricorda del molto che si è studiato".