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Il giorno 13 ottobre 1939, corrispondente al giorno X del mese XI dell'anno 5700 del lunario ebraico, nacque in Tel Aviv Hanna Finzi.

Venerdì 13 ottobre 1939

 

Dunque, cara figliola, l'avventura è cominciata. E ti auguro che non sia comune come quella di milioni di creature che nascono e muoiono ogni giorno.

Apro per te oggi stesso, giorno della tua nascita, il diario della tua vita e mi rivolgo a te anche se tu ora, piccolo essere inconscio, non mi puoi capire.

Quasi tutti gli uomini aspettano come primo figlio un maschio e certi anche, poveretti, s'arrabbiano e rimproverano la madre se non ha donato loro un maschio. Io invece aspettavo un figlio, un figlio soltanto, maschio o femmina, apportatore di felicità a me ed alla compagna della mia vita. E sei venuta tu, piccola mia, chiamata da noi figlia del nostro amore e di quella forza enorme che vuole ancora, per chissà quanto tempo, gli uomini sulla terra. Noi non ci sentiamo di averti creata, naturale e comune è stato il nostro atto, naturale e comune il risultato. Naturale sarà anche il nostro affetto perché tu hai per genitori due sentimentali affettuosi, due idealisti vestiti da scettici (ma il vestito è di seconda mano).

Noi ti ameremo molto, sarai la nostra cara figliola e da te, sii pur certa, non domanderemo altro che comprensione ed affetto.

Non so se diventerai una celebre donna, sinceramente ne dubito, perdona a tuo padre la franchezza, ma il genio è sempre di genere maschile.  [...]

Ad ogni modo la tua biografia, od autobiografia, potrebbe cominciare così:

Il giorno 13 ottobre 1939, corrispondente al giorno X del mese XI dell'anno 5700 del lunario ebraico, nacque in Tel Aviv Hanna Finzi. E nacque non come una riccona in una lussuosa clinica privata, ma nell'ospedale del comune, l'Hadasah.

Sei nata di giorno, alle 10,15, proprio alla luce del sole che in questo paese brilla sempre. Mentre tua madre urlava dallo spasimo invocando sua madre, io camminavo su e giù per i cortili dell'ospedale. Le grida di tua madre mi davano noia e volevo risparmiarmi. Ero molto calmo ed avevo anche letto completamente il giornale che riportava il riassunto del discorso del ministro inglese Chamberlain.

 

Figliola mia, non sei nata in tempi felici. Sei nata ebrea e gli uomini odiano gli ebrei, oggi più di prima. Sei nata in tempo di guerra, in un paese in guerra, e la guerra vuol dire miseria e morte. Tuo padre, poi, non è altro che un profugo, un ebreo italiano scappato in terra d'Israele perché il paese natio, l'Italia, lo aveva ripudiato come un delinquente.

Un piccolo romanzo è la vita dei tuoi genitori, piccola mia, ed io te lo racconterò a puntate come la mia penna me lo permetterà. E tu più tardi, fatta grande, lo leggerai in questa lingua, anche se la tua lingua materna sarà stata l'ebraico, la lingua dei nostri avi.

Io ti auguro, figlia mia, ogni bene, ma soprattutto che il destino faccia sì che tu non debba provare e vedere gli effetti di quel tremendo odio che è l'antiebraismo. Che Iddio sia con te e ti protegga. Poco dopo il parto ho visto tua madre che passava nel lettino a rotelle dalla sala partorienti nella stanza. Era tutta vivace e mi sorrise. Se tu sapessi quanto mi ama! Ne saresti commossa. Puoi essere superba di una simile mamma: ha il più grande cuore che esiste sulla terra.

Dopo che fu posta nel suo letto la raggiunsi e non ricordo bene se la baciai subito. Era ancora con la faccia un po' congestionata dal dolore, ma tutta calma e sorridente. Tutto era andato bene, senza interventi e senza anestetici.

Poi andai a vederti. Mi presentarono un fagotto di stracci bianchi, qualche cosa che sembrava una piccola mummia. Facesti un piccolo grugnito, ma non apristi nemmeno gli occhi per vedere chi era tuo padre. Del resto io pretendevo troppo da te che avevi appena un'ora di vita. Chiesi quanto pesavi e l'infermiera rispose in ebraico. Capii malamente ed allora mi tradusse in tedesco: kg. 2.650.

Domani spero di vederti la testa scoperta, sarai certamente più carina e potrò constatare se i tuoi capelli sono biondi, come mi ha detto la mamma.

 

Da quando sei al mondo non ho dormito per più di tre ore di seguito: i tuoi strilli acutissimi mi svegliano due o tre volte la notte e prima che ti riaddormenti ci vogliono almeno due ore. . .

16 dicembre 39

 

Sono tornato or ora dall'ospedale con la bottiglia del latte in tasca. È il latte di tua madre, il suo sangue che con entusiasmo ti dona spremendoselo dal povero corpo malato. Mamma è ammalata di un male ignoto, che la fa tanto soffrire e che mi fa tanto dolore. Mamma è là, sola, piccola nel letto grande, triste perché è lontana da te, da me, dalla sua casa.

Quanto mi manca, quanta tristezza mi reca questo distacco da tua madre, dalla mia cara sposa!...

Povera mamma tua! È da otto giorni che giace in quell'inferno senza sapere cosa veramente ha, subendo visite ed analisi che finora non hanno concluso nulla. Malattia senza nome, sofferenza di cui non si sa la causa...

Cara bambina, in questi primi due mesi di vita ci hai fatto tribolare parecchino. Non sei certamente una piccolina calma che fa i suoi lunghi sonni tranquilli, soltanto interrotti per mangiare. Sei capricciosa, spesso noiosa e birbona. E poi, più di tutto, intransigente ...

Da quando sei al mondo non ho dormito per più di tre ore di seguito: i tuoi strilli acutissimi mi svegliano due o tre volte la notte e prima che ti riaddormenti ci vogliono almeno due ore. . .

Porti via tutto il mio tempo, ora che la mamma non può dedicarsi a te. Non lasci tregua, mi assorbi, mi domini completamente. Ed io, con la mia solita franchezza, ti dico che sono un po' stufo.

Ma tu non ne hai colpa e sei completamente perdonata, tu non hai che diritti, soltanto diritti.