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Autore

Mamadou Diakite

Anno

2019

Luogo

Costa d'Avorio

Tempo di lettura

17 minuti

Il candidato

Sylla ci dava un pasto al giorno. A volte tutti e 18 mettevamo i soldi insieme per la spesa.
Noi non potevamo uscire, il galoppino di Sylla faceva la spesa per noi. Io ho chiamato casa perché avevo finito i soldi, mamma me li ha mandati e ho fatto comprare bi- scotti, succo di frutta, 3 bottigliette di fanta, pane, tonno e li ho messi da parte per il viaggio.

Due giorni dopo eravamo 25 più Adjara e un’altra ragazza, Fatim, odiosa, prepotente che andava a letto con Sylla e perciò la comandava in casa e non voleva fare niente.

Era una candidata come noi, ma aveva pensato che poteva trovare delle scorciatoie perché si credeva bella. Ma quale bella! Usava quelle creme per schiarire la pelle che si vendono in Africa e che quando fa caldo puzzano.

Comunque con lei eravamo 27 e Sylla decise di far partire l’operazione.

Ci radunò e ci diede i consigli per un buon viaggio: Silenzio e obbedire agli autisti perché sono armati. Non sprecare l’acqua: bere solo quando è fondamentale. Portare il garì: il garì è il cibo del deserto, viene dalla manioca, una radice che si fa in polvere come la farina; il garì si gonfia con l’acqua e si bagna con lo zucchero: tu lo mangi e non avrai più bisogno di andare in bagno, perché il convoglio non si ferma quando vuoi tu.

Coprirsi: vestirsi a strati perché nel deserto di giorno fa molto caldo e di notte fa molto freddo; usare guanti e maschere per la polvere. Cambiare almeno 10.000 cfa in dinari, per i banditi che incontreremo.

Il primo bandito forse era già là: da Sylla si potevano comprare acqua, garì, zucchero, guanti e maschere, e si potevano cambiare i cfa in dinari, al tasso d’interesse che lui aveva deciso.

Il mattino della partenza abbiamo fatto tutti insieme un sacrificio di pecore: ci siamo messi in cerchio, abbiamo pregato, poi mentre quattro di noi la tenevano – io tenevo una zampa – il più grande l’ha sgozzata.

Mangiammo la pecora, poi ognuno chiamò casa per chiedere la benedizione. Io no.
Avevo chiamato mamma pochi giorni prima per chiedere di mandarmi soldi e le avevo detto che saremmo partiti presto, lei mi aveva già benedetto.

La sera, arrivò il fuoristrada. Dietro c’erano già caricate due grandi taniche di benzina, due grandi lattine d’acqua più altre numerose piccole. Caricarono le nostre cose, potevamo portare solo il necessario e solo i vestiti che avevamo addosso. Un ragazzo piangeva perché non voleva lasciare la sua valigia! Era partito portando con sé tutti i vestiti buoni per fare bella figura all’arrivo in Italia.

Poi caricarono anche noi: avevano una tecnica! Uno di fianco all’altro con le gambe e le braccia piegate, sulle gambe di uno poggiava la schiena di un altro, ammassati senza potersi più muovere. I più grossi seduti sul bordo, aggrappati a un bastone, con le gambe fuori dal convoglio.

Ci incontrammo con altri convogli, carichi di candidati anche loro, perché nel deserto non si viaggia da soli.

Ogni convoglio aveva due o tre autisti, scesero tutti, parlarono tra di loro, si accordarono sulla strada, dissero a quelli seduti dentro di non lamentarsi se non volevano essere lasciati nel deserto e a noi ai bordi di tenerci bene al bastone, perché se fossimo caduti loro non si sarebbero fermati per farci risalire.

Dopo qualche ora di viaggio qualcuno non si sentiva più gambe e braccia, “Per favore fai posto per un minuto alla mia gamba; fammi muovere un po’ il piede...”: provavano a organizzarsi come potevano, finché Abou chiese a Fatim di spostarsi un po’.

Fatim è la ragazza più stronza che io ho mai conosciuto. Aveva vissuto nella casa di Sylla con Adjara e faceva fare a lei tutti i lavori perché siccome andava a letto con Sylla pensava di comandare. E siccome quello era il gruppo di Sylla, pensava di comandare anche nel convoglio.

Tutti avevano provato a organizzarsi per cambiare un po’ posizione, anche per qualche secondo: eravamo ammassati, faceva caldo, avevamo male, eravamo tutti nervosi ma cercavamo di stare tranquilli. Ma quando Abou le chiese di spostarsi un pochino lei cominciò a gridare contro di lui, che subito era stato pronto ad alzare le mani.

Il conducente allora si fermò, fece scendere Abou e lo picchiò con un bastone, poi gli puntò la pistola alla testa e gli disse che doveva stare zitto. Zitto! E la mano non era proprio ferma e avevamo paura che gli partisse un colpo. Fatim mi faceva proprio schifo: si credeva bellissima e invece sotto quel sole puzzava per colpa di quelle creme che usava per sbiancare la pelle. Nessuno aveva più voglia di parlare, si sentiva solo il rumore del motore. A mezzogiorno ci fermammo vicino a una pozza: 30 centimetri di acqua limpida, bellissima te lo giuro. Eravamo ancora nel deserto fertile, c’erano delle piante che usci- vano dalla sabbia. Faceva un caldo insopportabile.

Ci rimettemmo in viaggio e vedemmo in lontananza un convoglio fermo da un lato e più avanti ce n’era un altro: l’esercito del Niger. Ci fermarono, ci portarono in caserma, ci fecero dormire lì e la mattina dopo ci dissero “Siete liberi di andare” e ci spiegarono che non era nulla di grave, solo un’operazione nazionale: l’Europa aveva dato 4 miliardi di cfa al Presidente del Niger per bloccare il passaggio e loro dovevano dimostrare che stavano lavorando.

Siamo tornati da Sylla, dovevamo aspettare un nuovo convoglio.

Il giorno che siamo ripartiti eravamo 28, di cui 3 ragazze. Ci hanno caricato col solito metodo. Tutta la notte non ci siamo fermati: 5 convogli allineati. Di giorno ci nascosero sotto una grotta e andarono via dicendoci di non uscire. Di notte sono tornati a prenderci. Dopo tre giorni di strada la macchina si è rotta, abbiamo perso due gomme, il conducente ci lasciò soli e andò con gli altri a cercarne altre. Abbiamo aspettato vicino a un pozzo.

Sarebbe tornato? Sapevamo solo che lui sarebbe stato pagato dopo.

Un altro autista tornò tre giorni dopo, portò le gomme, l’acqua e un po’ di cibo.

Di notte dormimmo sulla sabbia gelata. Alle tre di notte l’autista ci svegliò e ci disse che la cinghia di distribuzione era rotta. Dovevamo arrivare a piedi al villaggio più vicino. Ci indicò la direzione dicendo “Camminate dritto”. Era notte fonda, c’erano solo le stelle. Camminate ora prima che sorga il sole.

Ma per quanto tempo?

Seguite le impronte delle ruote.

Ma per quanto tempo?

Ci disse di non portare pesi perché se no non ce l’avremmo fatta, così lasciammo tutte le nostre cose nella macchina.

Lui è andato in macchina con le tre ragazze e un ragazzo che non si sentiva bene.

Eravamo senz’acqua e senza cibo, arrivò il sole, e noi stavamo ancora camminando; continuammo a camminare, uno di noi cadde, voleva bere, non aveva più le forze per continuare. Un altro è caduto, giovanissimo di 22 anni, nessuno aveva niente da bere. Io avevo la bottiglia di fanta, era rimasto pochissimo, gli ho detto di bagnarsi la gola.

Ha detto che non ce l’avrebbe fatta, ci ha detto di continuare senza di lui. Gli ho detto “Bevi!”.
Mi ha dato il numero di suo padre, ha detto di chiamarlo e di dirgli che suo figlio era morto come un guerriero. Gliel’ho rimesso in mano e gli ho detto che un giorno l’avrebbe chiamato lui dall’Italia.

Poco dopo abbiamo sentito gridare “Aspettate! Aspettate!”, mi sono girato, un altro era caduto. Ho tirato fuori la bottiglietta, rimaneva solo un sorso. Abbiamo aspettato ancora un po’ e siamo ripartiti. Poco dopo è caduto di nuovo e chiedeva da bere.

Nessuno aveva più niente da bere, così alla fine dietro suggerimento di uno del gruppo decise di bere la sua pipì. Dopo un po’ stava meglio e abbiamo ripreso il cammino: nessuno ha mai più parlato di questa cosa. Era mezzogiorno ormai, ma non vedevamo nessun villaggio, nessuna macchina, niente. Ho proposto che qualcuno andasse avanti. Hanno mandato me e altri due. Finalmente abbiamo visto una boscaglia davanti a noi, degli alberi! Sembrava vicina, così abbiamo accelerato per raggiungerla, ma quando noi ci avvicinavamo la boscaglia si allontanava, era sempre alla stessa distanza.

Dopo altre 4 ore di cammino siamo arrivati al villaggio. [...]

Ci riposammo lì per tre giorni, poi il conducente tornò con un’altra vettura.

Viaggiammo di giorno e di notte, ci fermammo vicino a un altro villaggio dove c’era un pozzo e una copertura per dormire; mangiavamo solo garì da quando eravamo partiti e il conducente ci ha detto che se mettevamo insieme un po’ di soldi lui poteva andare a comprarci del cibo diverso; così abbiamo fatto e dopo mangiato il conducente ci ha detto di mettere insieme un po’ di soldi per lui perché ci aveva aiutato.

Abbiamo detto che il nostro corrispondente ci aveva detto che non dovevano pagare più niente, lui ci ha risposto “Chiamatelo allora e fatevi venire a prendere da lui, perché io vi sto solo facendo un favore”. Abbiamo messo un po’ di soldi insieme per lui, li ha presi ma ha detto che erano pochi. Noi abbiamo chiamato Sylla che lo ha chiamato gridando e lui ha gridato contro di noi dicendo: “Sylla non è qui. Io sono qui con voi e vedrete cosa sono capace di fare”. [...]

La sera arrivammo all’ultimo posto di controllo, all’uscita del Niger, ci chiesero di pagare 400 dinari in totale o non saremmo più partiti. Non potevamo pagare perché non tutti avevano soldi: erano 5 o 6 e Solo, Abou, Adjara, Fatim erano tra loro. Ci hanno fatto dormire lì, e durante la notte i soldati sono venuti a prendere le tre ragazze e le hanno portate via.

“Eh eh eh eh ahé wouli, ahé wouli! ahé wouli! ahé wouli! ahé wouli! Svegliatevi!” Un ragazzo che si era accorto della cosa ci ha svegliato, ci ha raccontato la scena e ci ha detto “Ma che succede?”.

Uno di noi ha detto “Le violentano, non si dovrebbe dormire dove ci sono i soldati”.
Il ragazzo ci chiese di aiutarle.

Come si faceva? Due soldati armati, in mezzo al nulla. Non sapevamo dov’eravamo. Era il territorio del nemico. Dopo un po’ arrivarono Adjara e l’altra ragazza piangendo, le avevano minacciate con le armi.

Poco dopo arrivò Massandjé, camminava appena, aveva 16 anni: voleva solo andare in Italia perché era stufa delle ingiustizie del suo paese, non voleva diventare la terza moglie di un vecchio di 60 anni, voleva essere libera di scegliere con chi fare la sua vita, con chi fare l’amore.

Di quella notte non si parlò più.

La mattina dopo il conducente venne a dirci che dovevamo pagare 200 dinari, perché i soldati ci avevano fatto un favore. Pagammo tutti senza fiatare, anche Solo, Abou, Adjara e Fatim.

        Dopo qualche ora di viaggio, quando fummo vicini al confine libico il conducente fu mosso a pietà e, oltre a dirci di mettere insieme un po’ di soldi per i soldati, ci disse che avrebbe conservato lui i nostri soldi e le cose di valore, perché al confine i soldati ci avrebbero perquisito per prenderci tutto.

I soldati parlarono con l’autista in arabo, gridavano, come se fosse una lite. Ci portarono in un angolo, ci spogliarono in cerca di qualche soldo, ma non ne avevamo più. Ci picchiarono chiedendoci di dirgli dov’erano i soldi, ma nessuno parlò: la vita dell’autista era a rischio. Se avessimo detto che lui teneva i nostri soldi lo avrebbero ucciso.

Non trovando niente ci lasciarono andare e l’autista gli consegnò i soldi che avevamo messo insieme.

Partimmo, l’autista ci restituì i nostri soldi e le nostre cose.

La sera dopo arrivammo alle porte del villaggio libico di Gatrun. L’autista ci nascose in un luogo molto sporco con un rubinetto, un pezzo di specchio appeso e un buco poco profondo e poco largo da usare come water e come doccia. E ci disse che il suo contratto era finito, sarebbero venuti a prenderci.

Era da un po’ che non mi specchiavo: mi sono guardato e non mi sono riconosciuto, avevo cambiato colore. [...] Restammo lì tutto il giorno, quando fece buio arrivò un fuoristrada con due persone e ci dissero di continuare il viaggio verso Sabha.

[...] Dopo cinque ore arrivammo all’ingresso di Sabha:

lì c’era un uomo dell’esercito vicino a due tir; quando ci vide entrò nel suo fuoristrada e ci seguì, facendo cenno all’autista di fermarsi.

Ci fermammo dopo un po’, il soldato si avvicinò armato e scelse 5 di noi, tra cui me e l’autista: ci fece scendere e ci portò sul suo fuoristrada. Mentre salivamo l’altro autista scappò con il convoglio.

        Ci portò in un angolo fuori dalla città e chiese all’autista di dargli dei soldi, se no ci avrebbe portato in carcere. Discussero tra di loro in arabo e dopo un’ora trovarono un accordo: l’autista pagò e lui ci portò fino a Sabha, al ghetto di Oustaze, un giovane ivoriano andato in Libia per fare fortuna. Quando scoppiò la guerra nel 2011 non riuscì o non volle fuggire. Conoscendo i libici della zona aveva deciso di trattare con loro diventando uno dei più noti trafficanti di Sabha.

Il suo bussiness era quello di trattare con i trafficanti di Agadez e scoprire chi era libero di passare e chi doveva ancora finire di pagare. Dopodiché si occupava di chiamare i trafficanti di Sabha che mandavano dei taxi a prendere le persone.