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Autore

Piero Terracina

Anno

-

Luogo

1938 -2003

Tempo di lettura

9 minuti

La memoria e la speranza

Mio padre cercò di adattarsi ad altri lavori e gli fu offerto, certamente per solidarietà, il lavoro di commesso in un magazzino di tessuti il cui titolare era stato suo cliente.

Mio padre aveva un ufficio di rappresentanze commerciali ben avviato nel settore dei tessuti. L'azienda più importante che rappresentava, una fabbrica di tessuti di lana di Biella, gli revocò il mandato di rappresentanza per mancanza di materia prima cioè di lana. Avevano tentato di continuare la produzione con una fibra artificiale, il rayon, ma non era gradita ai consumatori. Qualche tempo dopo fu introdotta la tessera annonaria per tutti i tessuti e il consumatore poteva acquistarne soltanto in quantità limitata. Mio padre si vide costretto a chiudere l'ufficio di rappresentante di piazza del Paradiso. La nostra era una famiglia numerosa: ero il più piccolo, avevo due fratelli e una sorella, c'erano i genitori e i nonni paterni. Mio padre cercò di adattarsi ad altri lavori e gli fu offerto, certamente per solidarietà, il lavoro di commesso in un magazzino di tessuti il cui titolare era stato suo cliente. Ricordo che lo stipendio era di 850 lire mensili; non era poco. In quegli anni una canzone in voga diceva: "Se potessi avere mille lire al mese, farei tante spese, comprerei fra tante cose le più belle che vuoi tu!" Tuttavia i suoi guadagni non erano sufficienti per una famiglia di otto persone e fu necessario che mia sorella e i miei fratelli abbandonassero la scuola per lavorare presso aziende ancora gestite da ebrei.

"Se Mussolini ha emanato le leggi antiebraiche un motivo ci sarà" pensava la maggioranza degli italiani.

Nonostante tutto, quello fu un periodo felice; ero protetto dall'affetto di tutta la famiglia. Tanti i disagi e le vessazioni in quegli anni ma non erano ancora in pericolo le nostre vite. La maggioranza degli italiani era fascista, il fascismo aveva emanato le leggi antiebraiche, la propaganda fascista diceva: Mussolini ha sempre ragione e la gente ci credeva. "Se Mussolini ha emanato le leggi antiebraiche un motivo ci sarà" pensava la maggioranza degli italiani. Non avevo più gli amici della scuola pubblica che sparirono tutti, erano nate però nuove amicizie nella scuola ebraica che fummo costretti a frequentare. C'erano ottimi insegnanti e ci sentivamo motivati.  Il Preside era stato nominato dal Ministero, probabilmente per controllare noi che eravamo considerati nemici della Patria. Il professore Nicola Cimmino, questo il suo nome, parlava molto con noi studenti e entrava spesso nelle classi. Ricordo le sue parole: "Ragazzi datevi da fa re, studiate; le leggi razziali vogliono far credere che appartenete a una razza inferiore. So che non è vero, siete come tutti gli altri ragazzi, ma voi lo dovete dimostrare." Erano parole che ci stimolavano e sono certo che in quella scuola, che funzionava molto bene, ogni studente dava il meglio di sé.

Ero un ragazzo sempre attento a quello che si diceva in famiglia e perciò ricordo molto bene gli avvenimenti di quel periodo che hanno portato alla catastrofe il nostro Paese, e il "piano inclinato" su cui fummo posti noi di razza ebraica, che giorno dopo giorno ci fece scivolare verso l'abisso.

Avevo la bicicletta e tutti i giorni di festa con gli amici, sempre accompagnati da qualche genitore, facevamo delle lunghe passeggiate fuori città. Avevamo trovato un campo di calcio, il "Franco Baldini" nel quartiere San Lorenzo; il gestore, malgrado il divieto, ce lo affittava. Avevamo trovato, a 25 chilometri da Roma, una spiaggia dove potevamo andare. Si trovava a Fregene, era una spiaggia privata di proprietà della Banca d'Italia, pagavamo l'ingresso come tutti i non residenti e potevamo fare il bagno in mare. Partecipavano a queste gite in bicicletta anche mia sorella e i miei fratelli con altri giovani ebrei che non frequentavano più alcuna scuola anche per la  necessità  di contribuire ai bilanci fa miliari. Quelle biciclette ci furono rubate dopo l'arresto nel 1944 insieme a una fisarmonica, una chitarra e un lume di cristallo. Ero un ragazzo sempre attento a quello che si diceva in famiglia e perciò ricordo molto bene gli avvenimenti di quel periodo che hanno portato alla catastrofe il nostro Paese, e il "piano inclinato" su cui fummo posti noi di razza ebraica, che giorno dopo giorno ci fece scivolare verso l'abisso. Il 10 giugno 1940 Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia annunciò che aveva consegnato la dichiarazione di guerra agli ambasciatori di Francia e d'Inghilterra. La piazza e le strade vicine, dove avevano installato gli altoparlanti, era gremita di cittadini romani esultanti. Tutti inneggiavano al Duce gridando "Vinceremo." Come si può esultare per una dichiarazione di guerra! Possibile che nessuno abbia pensato che in guerra si muore? Chi sa quanti di quelli che erano lì quel giorno saranno morti in battaglia, o per i bombardamenti, o quella sorte sarà toccata ai loro familiari!