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Autore

Elsa Crevatin

Anno

2011 -2012

Luogo

Grecia

Tempo di lettura

15 minuti

Da una terra all'altra

Piansero i pochi triestini presenti in piazza dell'Unità, quando videro sventolare sul poggiolo della Prefettura il vessillo bianco rosso e blu con la stella rossa.

Cominciarono così gli orribili 40 giorni di Trieste. Cessati gli spari e gli scoppi degli ultimi giorni d'aprile, quando la città si sollevò contro i tedeschi, subentrò quasi un silenzio di tomba... i triestini erano ammutoliti e sgomenti ...Non gli angloamericani attesi con speranza, non i russi particolarmente temuti, bensì i titini, i più odiati per quel che già avevano fatto in Istria, ebbero il privilegio di entrare per primi in Trieste, grazie alla compiacente indifferenza del generale Freyberg, fermatosi solo pochi chilometri prima della città. Gli slavi, che una ben ordita propaganda titina, e non solo, aveva illuso facendo loro credere che Trieste li avrebbe accolti come liberatori, si accorsero subito d'aver suscitato nella popolazione sentimenti tutt'altro che amichevoli. Non una ragazza andò loro incontro, non un fiore fu loro offerto, non un evviva fu gridato. Anzi, la gente si allontanava al loro passaggio. Solo nel quartiere di S. Giacomo prevalentemente abitato da operai simpatizzanti per il comunismo furono esposte alcune bandiere con la stella rossa: il simbolo che avrebbe affratellato i popoli e posto fine alle guerre. Ma presto dovettero accorgersi anch'essi che dietro quel simbolo c'era non un sentimento di fratellanza, ma un feroce nazionalismo slavo che intendeva impadronirsi del territorio giuliano fino all'Isonzo. Per questo puntarono su Trieste appena insorta contro i tedeschi, prima ancora di andare a liberare Lubiana, capitale della loro Slovenia, occupata dai nazisti. I titini seppero molto bene avvantaggiarsi di questa loro precedenza rispetto agli angloamericani e in brevissimo tempo occuparono tutti gli edifici più importanti della città, tutti i centri del potere. Vi misero a guardia le loro truppe scalcinate, ma armate e minacciose e vi issarono la loro bandiera. Piansero i pochi triestini presenti in piazza dell'Unità, quando videro sventolare sul poggiolo della Prefettura il vessillo bianco rosso e blu con la stella rossa. L'edificio aveva subìto relativamente pochi danni materiali, mentre alcune case erano crollate in quella zona della città e lo stesso municipio era stato colpito duramente dalle cannonate del fuoco incrociato durante i giorni dell'insurrezione. Per fortuna le attrezzature del porto che i tedeschi avrebbero potuto far saltare furono salvate. La zona dove io abitavo, forse perché vicina all'ospedale, fu risparmiata.

Ogni giorno si ammantavano di parole nuove, dapprima incomprensibili, e poi tristemente chiare: "Trst je nas, Trieste è nostra", "Jugoslavinski Trst" Trieste jugoslava!

Finalmente, nel pomeriggio del 2 maggio, i primi carri armati anglo-americani giunsero in città. Appena avvistati a Miramare, i triestini erano corsi loro incontro e chi era stato presente mi raccontò che la colonna entrò in piazza Unità in un clima festoso e che, un grido incontenibile di "Italia Italia" esplose dalla folla, quando un soldato sollevò una piccola bandiera tricolore senza simbolo. Erano soldati neozelandesi e forse da quel gesto nacque la particolare simpatia che la città ebbe per loro. Erano belli, giovani, abbronzati, eleganti nelle loro divise e specialmente allegri e sorridenti. Ti aprivano il cuore alla speranza ... contrariamente a coloro che il giorno prima li avevano preceduti ... E sperammo, noi italiani, che, occupata la grande città, avrebbero proseguito la loro marcia verso l'interno e lungo la costa dove Pola e tutte le altre cittadine italianissime temevano che, col ritiro dei tedeschi, i titini sarebbero ritornati. Il che purtroppo si avverò nei pochi giorni che seguirono, poichè gli anglo-americani insediatisi a Trieste diedero l'impressione di aver finito il loro compito e d i non comprendere l'ansia di queste popolazioni che anelavano ricongiungersi alla madre patria, dopo l'occupazione tedesca. Agli slavi fu lasciata carta bianca e questi ripeterono il copione già sperimentato in Istria nel 1943, dopo l'armistizio dell'8 settembre. In quei primi giorni di maggio del '45 la città era irriconoscibile: saracinesche abbassate, tram fermi, ferraglie contorte lungo le rive e ronde armate jugoslave intente a sistemare le loro mitragliatrici agli angoli delle piazze e dei crocicchi. Pareva, insomma, che i padroni fossero loro e gli anglo-americani solo degli ospiti. […] Intanto i muri erano diventati palestre di scrittura. Ogni giorno si ammantavano di parole nuove, dapprima incomprensibili, e poi tristemente chiare: "Trst je nas, Trieste è nostra", "Jugoslavinski Trst" Trieste jugoslava! E altre che suonavano: morte al fascismo e libertà ai popoli. Era questa dunque la libertà tanto attesa e promessa dopo la sconfitta dei nazisti? Si avvertivano, è vero, alcuni miglioramenti, ma grazie agli americani non certo ai titini: eravamo passati dal pane grigio e colloso ad un pane bianchissimo, che più bianco  non si può, sembrava quasi di gesso, ma finalmente era buono. Forse ci mettevano della farina di riso. Non so. Con la tessera annonaria ci furono regalate delle coperte militari, dei maglioni del loro esercito, di color caki ma di ottima lana, e perfino - udite! Udite! - due pentole non di rame ma di una lega color giallino. Una anche se malandata e senza manici, la conservo ancora pe ricordo. Poiché tra avvenimenti seri o penosi racconto anche piccole cose insignificanti, ricordo che quell'inverno'45 '46 ci fu a Trieste un'esplosione di cappotti da donna di color verde cupo, bordeaux o nero ... erano i soli colori coi quali potevano essere tinte le coperte militari che gli americani ci avevano regalato e che si rivelarono della misura giusta per poterne ricavare il caldo indumento, e dio sa se ne avevamo bisogno dopo tanti anni di guerra!

Ma spettacolo ancor più triste era quello di qualche povero diavolo che camminava scortato da due soldati con la stella rossa.  Sorgeva immediatamente, allora, il timore delle foibe.

Malgrado questi miglioramenti, l'atmosfera rimaneva triste e cupa in contrasto con quelle luminose giornate che maggio ci regalava e che un pesante coprifuoco imposto dagli slavi ci impediva di godere appieno. Quando si era costretti ad uscire, non per piacere ma per necessità, si vedevano talvolta le strade principali attraversate da cortei con vistose bandiere jugoslave e grida di "Zivio Tito" e "Trst jugoslavinski" per dimostrare agli alleati che Trieste era e voleva essere slava. Ma bastava osservarli questi manifestanti, osservare il loro abbigliamento, le loro scarpe, per capire che non erano triestini, ma povera gente del contado, dell'altipiano e forse anche di zone più lontane, costretti a recitare questa triste parte.  Ma spettacolo ancor più triste era quello di qualche povero diavolo che camminava scortato da due soldati con la stella rossa.  Sorgeva immediatamente, allora, il timore delle foibe. E non era un timore infondato, poiché già si spargeva la voce che persone prelevate lungo la strada o nelle loro abitazioni non avevano più fatto ritorno a casa e di loro si era perduta ogni traccia. Ormai si respirava un'aria di insicurezza e di terrore. La delusione, l'umiliazione, la rabbia compressa crescevano tra la gente e, una mattina, cessato il coprifuoco, alcuni giovani si avventurarono lungo il Corso con un tricolore, senza stella rossa, al grido di "Viva l'Italia!". Come per incanto si formò un corteo sempre più nutrito e, prima timidamente, poi sempre più numerosi comparvero alle finestre i piccoli tricolori che ogni famiglia teneva in serbo. Così nascevano a Trieste le manifestazioni spontanee dettate dal cuore e non sotto la minaccia dei fucili che costringevano i poveri contadini del Carso, volenti o nolenti, a marciare lentamente in processione (tanto che i triestini li chiamavano "rughe" cioè bruchi delle processionarie) lungo le strade di una città non loro e che sentivano ostile. Ma quel primo corteo italiano finì nel sangue, per ché gli slavi non tollerarono di essere contraddetti e ostacolati nelle loro pretese: mitragliarono il corteo e spararono anche ad alcune finestre che esponevano la nostra bandiera. Ci furono morti e feriti. I manifestanti cercarono rifugio nei portoni o si dispersero nelle vie adiacenti. E gli alleati? Imperturbabili non mossero un dito. Anche questo amareggiò i triestini. E gli istriani che a Trieste si erano rifugiati? Soffrivano doppiamente pensando alle loro case abbandonate nuovamente in mano ai titini. I triestini stessi che più apertamente avevano manifestato la loro italianità, anche se antifascisti, dovevano stare in guardia o cercare riparo al di là dell'Isonzo. Il solo fatto di essere fermato per un pretestuoso controllo dei documenti significava essere caduto in una trappola mortale. Neppure quegli italiani che con i partigiani avevano combattuto contro i tedeschi furono risparmiati.  Ormai non c'era più dubbio: col terrore titini volevano piegare la resistenza degli italiani indifesi.

Nessuno che non abbia visto quello spettacolo può immaginare che cos'era piazza dell'Unità mentre tutte le finestre della città si ammantavano di tricolori.

I giorni passavano tristi e le notti erano un incubo…Il caldo consentiva già di dormire con le finestre aperte, poiché eravamo oltre la metà di maggio. Fui svegliata verso le due di notte dal rumore di un motore che si fermava e, subito dopo, dal sinistro scalpiccio di scarpe chiodate e da parole straniere, quasi urlate. Balzai dal letto e al buio cominciai a spiare dalle fessure delle persiane. Proprio nella casa di fronte un gruppo di soldati slavi stava sfondando il portone che offrì poca resistenza. In un attimo si illuminò tutto un appartamento al primo piano. Trambusto, urla, voci concitate, sbatacchiare di porte e di finestre, di sedie cadute e di persiane spalancate. Rannicchiata nel mio buio, col cuore che mi batteva sempre più forte, mi pareva di assistere ad un film di violenza…ma film non era. Poco dopo, tra quei soldatacci c'era un uomo in pigiama che veniva portato via mentre sul letto una donna urlava tutta la sua disperazione. Anche a distanza di decenni, quella scena l'ho ancora negli occhi e ancora mi sento male a pensare che in quaranta giorni ci furono migliaia di tali scene, preludio di orribili morti di cui solo da poco molti italiani sono venuti a conoscenza. Intanto gli jugoslavi diventavano sempre più prepotenti e invasivi, dettavano legge dappertutto: radio, giornali, uffici pubblici, ospedali ed era penoso talvolta dover sottostare a persone zotiche ed ignoranti che però ti minacciavano col loro fucile. […] E gli angloamericani? Lasciavano fare. La città fraternizzava con i soldati neozelandesi. Sembrava che un feeling li legasse in modo sempre più forte. Ma i capi? I capi divenivano sempre più odiosi. Si capiva di giorno in giorno, sempre più, che sulla nostra testa veniva giocata una partita assai più grande di cui noi eravamo ignare pedine. Ignare sì ma non insensibili al dolore. E finalmente dopo quaranta giorni gli alleati si accorsero che così non si poteva andare avanti. Quali siano stati gli accordi presi in alto loco, io non so dire, so solo che verso il 12 giugno le stelle rosse cominciarono a lasciare la città: se ne andarono le sentinelle armate dai portoni degli edifici più importanti e furono rimosse le mitragliatrici: la gente non credeva ai propri occhi. Trieste visse questa giornata con gioia frenetica, indescrivibile, incontenibile, tra lacrime liberatrici e abbracci fraterni e il colmo dell’emozione fu raggiunto quando un giovane riuscì a salire sulla torre del Municipio e fece sventolare il tricolore, un gesto proibito dagli alleati, ma tanto atteso dai triestini.  Nessuno che non abbia visto quello spettacolo può immaginare che cos'era piazza dell'Unità mentre tutte le finestre della città si ammantavano di tricolori. E canti e invocazioni di Italia Italia!..E la commozione degli anziani che ricordavano un'altra giornata come questa: quel 3 novembre 1918 quando sul molo che dà loro prese il nome sbarcarono per primi i Bersaglieri. Sì, si può piangere e impazzire di gioia! Ma poiché bisogna tornare con i piedi per terra, ci accorgemmo che cessava sì l'incubo delle deportazioni, ma non era questo il tanto atteso ricongiungimento all'Italia: eravamo diventati cittadini del "Territorio Libero di Trieste" sotto il Governo Militare Alleato l'AMG, durato parecchi anni durante i quali si discusse a lungo sulla delimitazione dei confini orientali d'Italia tra Russi Inglesi Americani e Francesi. Se i triestini potevano trarre un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo di finire per sempre sotto gli slavi, per gli istriani iniziava la lunga agonia..Chi avrebbe prevalso nell'imporre la propria linea di confine? I Russi, potenti alleati di Tito, o gli Americani un po' più favorevoli, rispetto agli altri alleati, verso gli Italiani? Sembra un'operazione asettica tracciare una linea su una carta geografica, ma quel bisturi incide sulla carne viva di chi abita quelle zone e costa lacrime e sangue. […]

...è possibile fare una graduatoria delle crudeltà umane? E l'uomo da vittima può in certe circostanze diventare a sua volta carnefice e viceversa?

Da Pola iniziò un esodo biblico che svuotò la città. Ogni giorno dal "Toscana", già nave ospedale, sbarcavano a Trieste colonne di un'umanità dolente e disperata per quello che aveva lasciato, e ignara ancora di quel che l'aspettava. Molti di loro, purtroppo, sperimentarono la condizione di essere "esuli in patria". E i Parentini? Vissero per alcuni anni tra flebili speranze e cocenti delusioni poiché proprio in vicinanza del loro territorio, ora in qua ora in là veniva spostata la linea di demarcazione. L'Istria veniva divisa in due parti: zona A e Zona B. Una definitivamente assegnata alla Iugoslavia. L'altra da ricollegare al territorio di Trieste in data da destinarsi. Il che, purtroppo, non si verificò mai; fu ceduta definitivamente col trattato di Osimo. Svanita ogni illusione, capimmo che non avremmo più rivisto la nostra casa. Ci giunsero notizie che il primo oggetto asportato dagli slavi fu il pianoforte: ne avevano bisogno per il nuovo locale da ballo. Fu poi il turno delle due camere matrimoniali: servivano alle giovani coppie di sposi che venivano formandosi tra le ragazze del contado e i soldati di Tito. E una volta svuotata, la casa fu occupata dai nuovi coloni: Croati? Bosniaci? Montenegrini? Non lo so. Dopo molti anni, tornata a Parenzo, sono andata a vedere la nostra casa, ma solo dall'esterno. Tra le sue mura altri, oggi, si sentono padroni e i loro figli diranno di essere nati a Porec, "piccolo gioiello" di cui può vantarsi la loro patria. Così almeno ho letto su un depliant turistico della Jugoslavia prima che questa si sfasciasse in modo così sanguinoso. Con l'allontanamento degli slavi dai posti di comando, la città di Trieste riprese a respirare, a vivere: si riaprirono gli stabilimenti balneari, cessò il coprifuoco, comparvero nei cinema i film americani a lieto fine, ma si scoprì pure, tramite un documentario, l'incredibile realtà dei lager tedeschi. Io e i miei amici triestini ci ponemmo di conseguenza vari interrogativi: è possibile fare una graduatoria delle crudeltà umane? E l'uomo da vittima può in certe circostanze diventare a sua volta carnefice e viceversa? No, ilnostro animo non trovavarisposta. E fu ancora violentemente sconvolto quando li americani lanciarono sul Giappone le due bombe atomiche: per avvicinare il giorno della pace, si disse, ma a quale prezzo? Ma poi, esiste un prezzo per la sofferenza umana e non solo? Foibe' lager, gulag, bombe atomiche erano le pesanti realtà che la guerra ci aveva fatto conoscere. […]