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Autore

Shlomo Venezia

Anno

2003 -2004

Luogo

-

Tempo di lettura

7 minuti e 30 secondi

Il racconto di Shlomo Venezia

Ad Auschwitz c'era solo un'alternativa, o il lavoro o il camino. Le guardie lo dicevano apertamente che tutti prima o poi dovevamo finire bruciati. Bisognava solo obbedire, per rimanere in vita il più a lungo possibile.

Subito dopo il polacco c'informò del lavoro cui eravamo destinati. Tutti noi dovevamo far parte di una squadra speciale che si chiamava "Sonderkommando " Sonder in tedesco significa speciale e Kommando squadra. Eravamo tutti speciali: dovevamo lavorare nei crematori e ogni tre mesi dovevamo essere sostituiti, facendo la stessa fine degli altri prigionieri. Alla notizia rimanemmo tutti di ghiaccio, tutti impotenti, ma non avevamo alternativa. Ad Auschwitz c'era solo un'alternativa, o il lavoro o il camino. Le guardie lo dicevano apertamente che tutti prima o poi dovevamo finire bruciati. Bisognava solo obbedire, per rimanere in vita il più a lungo possibile. La mattina dopo iniziò il nostro lavoro; Arrivammo, sempre in colonna, in un grande caseggiato, un crematorio. Il capo baracca ci diede ordine di non entrare, la nostra manodopera non occorreva dentro, ma fuori, dovevamo fare pulizia all'esterno, togliere l'erbetta del cortile, poiché non c'era altro da fare. Cominciammo subito a pulire. Ad un certo punto ho notato che dietro al caseggiato c'era una finestra ad altezza d'uomo e allora io, essendo molto curioso, ho fatto finta di estirpare i ciuffi d'erba e mi sono avvicinato pian piano, passo dopo passo, alla finestra. Con molta cautela, guardai dentro: rimasi impietrito, era una cameretta di circa cinque metri per cinque, piena di cadaveri. Non riuscivo a capire! Erano persone che ancora potevano vivere e invece stavano lì immobili, attoniti, buttati per terra, l'uno sull'altro. Erano così tanti che non si riusciva a vedere neanche il pavimento. Anche i miei compagni andarono a vedere non credendo alle mie parole. Anche loro rimasero impietriti. Non riuscivamo a capire dove eravamo finiti.

Eravamo usciti dalla baracca la mattina e vi siamo ritornati ventiquattro ore dopo. Eravamo distrutti, più che dal lavoro dalla vista e dal contatto con tanti morti; durante quella notte i nostri occhi non avevano visto altro.

Ad un certo punto, saranno state le tre del pomeriggio, dopo aver estirpato erba per quasi tutta la giornata, il capo ci chiamò all'adunata. Ci fece andare dietro al caseggiato, c'erano degli scalini da scendere e siamo arrivati giù dove c'era una sala piena di vestiario. Il nostro lavoro era quello di fare dei pacchi di questa roba che dovevamo portare sopra e sistemare su dei camion. Poi l’avrebbero portati al "Kanàda Kommando", al Block sieben, blocco sette; i tedeschi lo chiamavano così perché per loro il Canada era un paese molto ricco ed il Kanàda era sicuramente il blocco più ricco del Lager. Dentro erano accumulati tutti i bagagli tolti, all'arrivo, alla Judenrampe, ai deportati e tutti i vestiti lasciati nella sala di svestizione prima delle docce di gas. In questa specie di magazzino lavoravano per la maggior parte le donne, tutte giovani, le privilegiate, che avevano il compito di fare la cernita del vestiario da noi inviato. Dovevano scegliere la roba buona, controllarla e fare poi i pacchetti. Dopo aver finito il lavoro, erano circa le diciotto, ci chiamarono e ci fecero uscire dalla baracca; pensavamo di aver terminato la nostra faticosa giornata, ma non era così. Uscendo dal cancello dovevamo girare a destra, quella volta ci hanno fatto girare a sinistra. Siamo entrati in un boschetto e dopo aver camminato tanto abbiamo finalmente visto una piccola casupola di ex contadini del luogo. A quindici metri c'era un fossato, tipo piscina, con dentro decine di tronchi d'albero accesi, che ardevano come in un gran falò. Noi non dovevamo fare altro che prendere i cadaveri e portarli vicino a quel fossato; altri detenuti li avrebbero buttati dentro il fuoco. Ogni volta che i corpi privi di vita erano buttati giù si vedevano le fiamme ardenti salire in alto, sempre più in alto quasi a sfiorare il cielo. Quel giorno per noi fu interminabile. Eravamo usciti dalla baracca la mattina e vi siamo ritornati ventiquattro ore dopo. Eravamo distrutti, più che dal lavoro dalla vista e dal contatto con tanti morti; durante quella notte i nostri occhi non avevano visto altro. Nessuno di noi riuscì a riposare, nonostante le stanchezze. Nessuno riuscì a prendere sonno. Troppo spesso non si riusciva a dormire, sebbene ci fosse nel Lager un gran silenzio.

C'era chi evacuava, chi vomitava, chi si gonfiava, ad alcuni si gonfiavano gli occhi che uscivano dalle orbite, molti perdevano sangue. Insomma aprendo le porte della sala maledetta trovavamo di tutto.
Foto di Luigi Burroni dal diario di Shlomo Venezia

Così la mattina trascorse per noi tra l'angoscia e la disperazione di dover ricominciare; ma per nostra fortuna, nel pomeriggio, il capo ci annunciò che non c'era bisogno di ritornare la sera a lavorare, noi avremmo ripreso il mattino seguente, poiché altri addetti erano al nostro posto. In un certo senso, noi eravamo contenti perché avevamo evitato una terribile fatica. L'indomani, come prestabilito, dopo l'appello ci hanno condotto vicino ad un'altra grande sala che recava la scritta illusoria: "Sala di disinfestazione", si trattava di un sotterraneo particolare ben diverso rispetto a quello della sera precedente. Qui i prigionieri, destinati ai forni, erano ammassati, costretti a denudarsi e ad appendere la propria roba, badando bene di ricordare il numero del proprio attaccapanni in modo da ritrovare ogni proprio oggetto dopo la disinfestazione; anche le scarpe dovevano essere bene in ordine, la sinistra allacciata con la destra. Il tutto per non creare confusione. completamente nudi, senza più dignità. Si accalcavano come non mai, ignari della propria sorte, ignari di quello che sarebbe accaduto loro. Ignari della morte che lentamente sarebbe arrivata. Entravano convinti di fare la doccia, anche perchè appesa al soffitto ogni metro quadrato circa c'era una bocchetta e cominciavano a strofinarsi, a volte si ricevevano anche delle saponette usate, ma l'acqua non veniva mai giù. Le persone continuavano ad entrare sempre più numerose, erano veramente tante, ammassate le une sulle altre. La sala doveva essere piena, non si poteva sprecare tempo e fatica per pochi. Alla fine, una porta possente si richiudeva alle loro spalle. Il tedesco che stava fuori aveva la possibilità di accendere e spegnere la luce a proprio piacimento; per lui l'interruttore era come un gioco e godeva nel vedere la reazione delle persone che restavano all'improvviso al buio, senza acqua, senza aria, senza possibilità di scampo. Dopo qualche minuto, attraverso delle botole poste sul soffitto, venivano introdotti, per mano di un sottufficiale, i cristalli di Zyklon B che, con la temperatura molto elevata prodotta dalle stesse vittime ammucchiate, esalavano un gas venefico che dava la morte. Nessuno sentiva niente, nessuno vedeva niente: c'era solo uno spioncino dal quale il graduato nazista osservava quello che accadeva dentro e aspettava che tutti fossero morti. La morte non impiegava tanto ad arrivare, circa quindici minuti, ma la sofferenza era indescrivibile. La gente moriva soffocata. C'era chi evacuava, chi vomitava, chi si gonfiava, ad alcuni si gonfiavano gli occhi che uscivano dalle orbite, molti perdevano sangue. Insomma aprendo le porte della sala maledetta trovavamo di tutto. Famiglie intere abbracciate, figli stretti ai petti delle loro madri. Gli odori nauseabondi ed il gas erano talmente forti che, sebbene accendessero le ventole, dopo aver constatato attraverso la finestrella, la morte di tutti i reclusi, capitava spesso di sentirsi male fino allo svenimento, tanta era la disperazione in noi. Molti di noi, dei Sonderkommando, incaricati di portarli fuori, non riuscivano neanche a resistere ed uscivano dalla sala terrorizzati.