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Autore

Shlomo Venezia

Anno

2003 -2004

Luogo

-

Tempo di lettura

3 minuti

Il racconto di Shlomo Venezia

Una mattina, con un ultimatum, i tedeschi ci costrinsero a raccogliere tutte le nostre cose; ci dissero che ben presto ci avrebbero portato via.

La comunità ebraica di Salonicco finì di esistere nell'agosto del 1943, quando furono deportati ad Auschwitz gli ultimi millecinquecento ebrei.  Finita la deportazione degli ebrei greci i tedeschi volevano deportare anche gli ebrei italiani di Salonicco, eravamo circa trecento persone, quindi era la volta anche della mia famiglia. Ma il Consolato Italiano di Salonicco si oppose; noi, in quanto cittadini italiani, non dovevamo essere deportati, dissero che avrebbero provveduto loro a portarci nella capitale Atene, che era occupata dagli italiani. Per qualche giorno siamo stati tranquilli, sotto la protezione del consolato ci sentivamo al sicuro. Una mattina, con un ultimatum, i tedeschi ci costrinsero a raccogliere tutte le nostre cose; ci dissero che ben presto ci avrebbero portato via. Contemporaneamente il consolato mandò a chiamare tutti i capifamiglia; naturalmente per noi andò mio fratello, essendo lui il maggiore. Le notizie non erano per niente confortanti: i tedeschi non volevano più ebrei a Salonicco; dovevamo lasciare la città, se non volevamo essere catturati. Noi non eravamo più italiani; ad un tratto ci siamo sentiti stranieri, smarriti, confusi, privati di tutto, di noi stessi.

Il viaggio è stato lungo e faticoso, i tedeschi cercavano in continuazione di bloccare il nostro treno con la scusa che dovevamo dare la precedenza ad altri treni che andavano verso il fronte.

Gli italiani ci diedero, però, due possibilità: potevamo scegliere o la Sicilia o Atene. Per non lasciare la Patria, la maggior parte di noi ha preferito andare ad Atene. Il viaggio è stato lungo e faticoso, i tedeschi cercavano in continuazione di bloccare il nostro treno con la scusa che dovevamo dare la precedenza ad altri treni che andavano verso il fronte. Abbiamo impiegato circa quattro giorni e alla fine siamo arrivati. La nostra grande speranza era di poter star bene essendo la città occupata da una guarnigione italiana. Dopo il nostro arrivo siamo stati alloggiati in una scuola, dove siamo stati circa sette - otto mesi; da parte del comando italiano, devo dire, c'era molta solidarietà e poi le leggi razziali italiane erano meno dure di quelle tedesche. Anche gli italiani erano più comprensivi; certo non potevano fare molto per noi, eravamo circa trecento profughi ebrei e la guerra era proprio alle porte, quindi nessun italiano voleva e poteva esporsi più di tanto. Lì stavamo tranquilli, eravamo al sicuro, tanto è vero che l'Ambasciata italiana di Atene riuscì anche ad organizzare una specie di mensa in grado di fornirci il rancio un piatto di minestra calda ogni giorno. Fino all'8 settembre 1943 le nostre giornate trascorsero quasi senza imprevisti; ma quando venne annunciata la resa dell'Italia, con l'arresto di Mussolini prima e l'armistizio di Badoglio dopo, i nazisti hanno cominciato a dare la caccia anche a noi ebrei italiani. Noi non eravamo più gli ebrei italiani da tutelare, ma solo ebrei da deportare. Avevamo perso ogni diritto, non eravamo più liberi.