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Autore

Raffaele Favero

Anno

1967 -1983

Luogo

Como/provincia

Tempo di lettura

7 minuti

Rafiullah: via da Milano tra i mujaheddin

Insomma non avete ancora fede in me neanche dopo tanti anni di lavoro e vita sedata.

Maryborough, 8/1/81

Carissimi genitori e Patrizia,

grazie della vostra ultima lettera. Con piacere ho appreso che avete cambiato idea circa il mio inaspettato viaggio in Afghanistan. Non ne avevo dato informazione proprio per non farvi preoccupare. Mi è dispiaciuto però ricevere a Peshawar una vostra lettera piena di ansia e parole di accusa piuttosto pesanti. Insomma non avete ancora fede in me neanche dopo tanti anni di lavoro e vita sedata. Il mio viaggio laggiù non è stato un colpo di testa improvviso, né tanto meno una fuga dalla mia cara famiglia, ma programmato al dettaglio con la benedizione di tutti qui, prima di tutti di Jill, dei bambini e dei suoceri. La motivazione di ritornare in quei posti è stata l’invasione russa, e siccome dai giornali e televisione non si può avere un’idea precisa ho deciso di andare personalmente a vedere che cosa succede e nel frattempo girare un film e prendere fotografie. Una motivazione ancora più profonda di quella di soddisfare la mia sete di sapere esattamente come stavano le cose, era quella di voler fare qualcosa per quella povera gente oppressa da una superpotenza come quella russa.

Qui in occidente (Australia, America, Europa) si parla tanto di Afghanistan, di egemonia russa, di boicottare le olimpiadi, ma nessuno fa niente e lascia che la Russia pian piano decimi l’intera nazione e magari un domani anche entrare nel Pakistan e cosi via. Alcuni amici di qua mi hanno aiutato nell’equipaggiamento filmico e alcuni afgani australiani mi hanno dato lettere di presentazione per le autorità di là. Sfortunatamente quando sono arrivato a Peshawar (città quasi al confine con l’Afghanistan) mi sono reso conto che la situazione in realtà è molto peggiore di quel che si pensava. NESSUNO può più entrare in Afghanistan con passaporto per le vie normali, così ho deciso di unirmi ad un gruppo di MUJAHEDDIN (guerrieri di liberazione) e sono penetrato all’interno dell’Afghanistan nella zona di PAKTIA dalla città Pakistana di Bannu (che senz’altro vi ricorderete come residenza di Sainbaba) grazie alla mia conoscenza del Pashto è stato abbastanza facile per me inoltrarmi fino oltre GARDEZ quasi alle porte di Kabul attraverso le montagne.

Ho visto centinaia di villaggi bombardati, distrutti, rasi al suolo, il mio povero amato Afghanistan del Buzkashi è FINITO.

Ho coperto una distanza di 450 km in un mese su e giù per le montagne attraversando passi nevosi di oltre 3.500 m. Ho raggiunto un quartier generale di ribelli che gentilmente mi accompagnarono dappertutto.

Nel periodo passato all’interno ho visto ed assistito a tutto... Ho visto centinaia di villaggi bombardati, distrutti, rasi al suolo, il mio povero amato Afghanistan del Buzkashi è FINITO. Un milione di morti nell’ultimo anno ed un milione e mezzo di rifugiati in Pakistan. Donne, vecchi e bambini hanno abbandonato i campicelli e con cammelli, asini e capre si sono avviati nel loro esodo verso il Pakistan. TUTTO NEL FILM. I ribelli mi hanno fatto vedere i segni delle loro battaglie sulle vie di comunicazione; centinaia di carri armati e autoblindo russi distrutti, bruciati come mostri in rottami. Combattono fino alla fine, non si danno per vinti.

La loro causa a santa, non è come la guerra o oppure come gli arabi e Israele: la loro guerra è una GIUSTA RESISTENZA contro un crudele oppressore senza religione. Tutta la nazione è in armi; hanno catturato tantissime armi russe, carri armati, mitragliatrici, ecc. e adesso le usano contro i russi stessi. Non hanno paura di niente, neanche dei più moderni elicotteri corazzati da caccia... Ho assistito ad una battaglia dove i guerriglieri afgani avevano la meglio contro postazioni di montagna, bunkers, FORTI, carri armati, elicotteri e MIG. Quando ero sul fronte pensavo al papà quando era alpino e mitragliatrice d’argento, coi muli che portavano i mortai sulle montagne. Ecco, là avevano gli asinelli per portare le mitragliatrici antiaeree (calibro 14,5 mm) e i mortai. Io mi sono tenuto a debita distanza sulla cima di un’altra montagna adiacente ma col mio super teleobiettivo ho filmato tutto. Pallottole traccianti, scoppi di mortai, elicotteri, razzi, bazooka, camion, artiglieria da montagna, e tamburi; sì, i guerriglieri quando vanno ad attaccare i russi suonano i tamburi prima della battaglia. Ma sfortunatamente i russi sono troppo moderni, usano persino gas mortali (che attaccano i NERVI) proibiti della Convenzione di Ginevra.

Iddio li aiuta come ha aiutato me in questa missione. (E voi dovreste avere un po’ di fede e solidarietà.)

Ho fotografato anche queste fiale micidiali che trovammo in una scatola elettronica in un carro armato russo catturato. Penso di essere l’unico giornalista occidentale ad avere una prova visiva di queste armi micidiali sovietiche. Quando ne ebbi abbastanza di sparatorie mi feci altri 200 km a piedi in temperature sottozero e me ne tornai in Pakistan contento di aver compiuto la mia missione con successo. A parole sembra più rischiosa di quello che effettivamente era. In ogni caso sono tornato con bruttissime notizie che sono: - i russi non lasciano perdere e sono pronti ad usare le più micidiali armi, anche contro popolazioni semiscalze, malnutrite con fucilini antiquati presi dagli inglesi al tempo della prima guerra mondiale. Ho paura che i russi aspettino l’occasione di penetrare anche in Pakistan, in Iran, in India. Se non li si ferma verranno anche in Europa (solo che hanno un po’ di paura degli americani ed europei) ma dove pensano che la gente non ha mezzi bellici sufficienti a confrontarli sono pronti ad invadere. Ma penso abbiano fatto un errore riguardo all’Afghanistan perché gli afgani sono gente decisa a tutto (pensa che fermano i carri armati correndogli dietro e mettendogli un turbante nel tubo di scappamento, poi gli versano una botti-glia di benzina e gli danno fuoco con un fiammifero...) e molto religiosa. Iddio li aiuta come ha aiutato me in questa missione. (E voi dovreste avere un po’ di fede e solidarietà.) Adesso che sono tornato tutto mi sembra come un sogno. In due mesi soltanto (tra parentesi, erano due mesi di legittima vacanza, ed ora ho già ripreso il mio solito lavoro in ufficio) ho fatto tanta strada ed ho visto tante cose, nuovissime esperienze che in prospettiva mi fanno vedere le mie scorribande a cavallo di 8 anni fa in quei paesi come giochi da bambini. Adesso la cosa è molto seria. Perciò lasciatemi fare quello che sento e che ho il dovere di fare, ma abbiate fede soprattutto in Dio, in Jill, in me stesso. Qui ho già cominciato a stabilire un centro per l’aiuto degli afgani, medicinali, cibo, soldi, ecc... che manderò al più presto.

[…]

Chissà, pensateci, ma vi prego stateci vicino spiritualmente e dateci la vostra benedizione. Vostro Raffaele (che è ancora un po’ Rafiullah dopo tutto...).

Raffaele e Jill
Raffaele e Jill